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Cani-gatti, regole Ue. Presta: “Allevatori disonesti spazzati via”

Il prossimo 28 aprile l'Europa voterà il Nuovo Regolamento sul benessere degli animali: quali sono le novità per allevatori e proprietari di cani e gatti?
Autore:
Fabio Carosi
aggiornato il
16/04/2026

Il Nuovo Regolamento europeo sulla protezione degli animali da compagnia promette di ridisegnare confini, responsabilità e perfino il significato stesso di “allevare”. LifeAnimal.it ha chiesto ad Attilio Presta, già collaboratore del magazine come esperto di Diritto Amministrativo del settore e presidente dell’Associazione Nazionale Gruppo allevatori Cinofili, di spiegare cosa cambierà da tre punti di vista: la salute degli animali, le certezze per chi vuole arricchire la sua vita con un cane o un gatto al suo fianco e per gli allevatori.

Presta, facciamo chiarezza su questa rivoluzione Ue che si voterà il prossimo 28 aprile: quale cambiamento è in atto a livello normativo?

“Il nostro Paese su questo tema è “vecchio” e si regge su una interpretazione normativa che ha privilegiato il principio di igiene pubblica. Canili, rifugi ed allevamenti sono sempre stati considerati come ambiti detentivi, luoghi insalubri. Il paradigma è cambiato e il rischio sanitario deve essere misurato oggettivamente, proporzionato e per obiettivi. Deve tenere conto della centralità del benessere etologico animale quindi delle specie e delle razze e l'operatore diventa uno dei primi presidi di prevenzione sanitaria e collabora con le autorità veterinarie al raggiungimento degli obiettivi, ma anche un riferimento di garanzia per l’utente”.

Se per la legge appare “rivoluzionario”, il buon senso sembra aver prevalso. Corretto?

“Se non si capisce che la vera rivoluzione l’ha introdotta la Animal Health Law e se non si pretende che venga applicata in tutte le sue parti, tutto il resto rimane semplice burocrazia. Attualmente l’Italia la sta applicando attraverso i Decreti Legislativi 134/135/136 emanati nel 2022, i quali sono in attesa dell’emanazione del Regolamento SINAC (Sistema di identificazione Animali da Compagnia) che deve governare uno dei principali pilastri: la Tracciabilità sulla quale si fonda anche il Regolamento europeo sul benessere animale. Tutti gli animali devono essere tracciati e tutti coloro che riproducono animali sono “Stabilimenti e identificati da un codice univoco”. Non una semplice mappatura ma un sistema di spinta verso la qualità”.

Andiamo al concreto: cosa cambierà nella tua quotidianità dal giorno in cui il Regolamento entrerà in vigore? A proposito: lei intende candidarsi alle prossime competizioni elettorali? Perdoni la domanda, ma il lettore deve sapere “chi dice cosa”.

“Il Regolamento avrà come primo effetto, oltre alla chiarezza, quello che i cani in allevamento e le loro esigenze etologiche specifiche saranno finalmente centrali alla loro salute ed il progetto allevatoriale deve garantirla. Nessuna Autorità dovrà imporre un modello ma si dovrà attenere a misurare il raggiungimento degli obiettivi minimi richiesti. Non dovranno più esserci interpretazioni personali ma esclusivamente riferimenti oggettivi e scientifici documentati in linea con i criteri minimi richiesti dal Regolamento. Deve cambiare la relazione: non più operatore e controllore ma bensì operatore e guida verso il raggiungimento degli obiettivi. Quanto alla politica, come saprete io sono allevatore e tecnico del settore, non politico. Chiara come risposta”?

Provo a sintetizzare: l'allevatore è diventato un vero professionista. E chi fa cucciolate senza farne business?

“Tutti saranno allevamenti e sono finalmente suddivisi in maniera chiara e i requisiti saranno uguali per tutti. I piccoli allevamenti fino a due cucciolate anno sono tutelati, così come quelli che non immettono sul mercato più di 5 cucciolate anno. Superato questo limite devi ottenere una autorizzazione preventiva. Il Regolamento va quindi ben oltre il semplice benessere animale. Oltre a definire nuovi standard gestionali, introduce infatti una disciplina precisa sull’immissione sul mercato dei cuccioli a totale garanzia dell’utente finale, cioè le persone. Inoltre stabilisce che chiunque, a qualsiasi titolo, anche gratuito, immetta cuccioli sul mercato, debba possedere requisiti specifici, essere identificato e soprattutto tracciato. Tutto ciò superando il concetto di amatoriale o professionale e di allevamenti di soggetti di razza o non di razza”.

Fatta la legge, bisogna applicarla: cosa cambierà per gli allevatori?

“Alcune prescrizioni possono apparire pensate per strutture medio grandi, non per allevamenti piccoli, e potrebbero spaventare portando le persone a pensare che il rischio è che chi lavora bene venga schiacciato da obblighi sproporzionati, mentre chi opera nell’ombra continui indisturbato. Questo è anche il centro del dibattito di questi giorni sui social. La vera difficoltà in realtà è tutta italiana e risiede da una parte nel quadro normativo italiano vecchio e inadeguato, dall’altra dalla frammentazione dovuta a Regioni e province autonome ognuna con sue Leggi, ma la più grande e quella su cui lavorare sta nella totale impreparazione del sistema Territoriale della Sanità Veterinaria che manca assolutamente delle competenze necessarie per svolgere un ruolo che è di prevenzione e non più di controllo”.

Secondo lei ci sono parti del testo che sembrano scritte senza una reale conoscenza del settore?

“Sì. Alcune definizioni di “benessere” sono talmente generiche da lasciare perplessi. E certe limitazioni riproduttive non tengono conto né delle differenze tra specie né delle specificità delle singole razze. Trovo paradossale, ad esempio, che i Felini vengano trattati come se fossero assimilabili ai cani, come se il ragionamento fosse ancora una volta costruito “a misura di cane”. Eppure, i dati ci dicono tutt’altro: nelle famiglie europee i gatti sono nettamente più numerosi dei cani, ma nel Regolamento non vedo un’attenzione proporzionata, né un reale riconoscimento della necessità di preservare la variabilità genetica delle popolazioni feline. È evidente, come dicevo prima, che il focus principale del testo non è la biologia delle specie, ma il mercato”.

Dica la verità: voi allevatori siete spaventati da una legge complessa...

“Il Regolamento immagina un allevamento ideale, perfetto, standardizzato. La realtà è fatta di imprevisti, di animali con esigenze diverse, di situazioni che non puoi incasellare”.

Torniamo sulla centralità di chi decide di avere un animale in casa. Con allevatori presi da burocrazia e prescrizioni sanitarie, è evidente che a “pagare” saranno i futuri proprietari di animali. Giusto?

“Anche qui dobbiamo fare una precisazione. La fotografia da cui partiamo in Italia e che la Commissione europea ha fatto su tutti i Paesi Membri, non ci pone in vantaggio. Noi partiamo da un settore che per quasi il 90% delle realtà, con la vecchia normativa, ma sarebbe meglio dire con l’interpretazione elastica della normativa, non è mai stato soggetto a prescrizioni. Già a partire dalle 3 cucciolate immesse annualmente sul mercato, tutti saranno soggetti a prescrizioni per costi strutturali, veterinari, costi burocratici, nonché il rispetto delle normative comunali in materia urbanistica e quindi di idoneità della sede dell’allevamento. Per un allevamento medio parliamo di investimenti che fino ad oggi non erano stati considerati. Chi ha due fattrici deve necessariamente essere uno che svolge un hobby, altrimenti rischia di chiudere. Chi ne ha venti sopravvive, ma deve iniziare a fare i conti anche con tutto ciò che fino ad oggi non ha considerato.

Le rispondo anche sui prezzi degli animali: un sistema sano, dove non ci sono persone che si improvvisano allevatori dalla mattina alla sera, e che drogano il mercato, dovrà avere la capacità di riassorbire i costi. Una cosa è certa: chi specula su cani e gatti vendendoli e 200-300 euro non avrà più ragione di esistere”.

Nella redazione del Regolamento è stato valutato l'impatto economico sul settore?

“Non abbastanza. Si parla di benessere animale, giustissimo, ma senza considerare che il benessere passa anche dalla sostenibilità dell’allevatore. E su questo aspetto, pur essendosi concentrati molto sul concetto di “mercato” non hanno introdotto elementi di tutela del mercato stesso dalla reale concorrenza di cui sono vittime gli allevatori virtuosi e che proviene dalle piattaforme web e dai negozi il cui approvvigionamento spesso è discutibile. È vero che esiste l’azione restrittiva che possono esercitare gli Stati Membri ma voi credete che l’Italia intervenga in tal senso vietando la vendita nei negozi oppure che intervenga sulle vendite online a bassissimo costo, di indubbia provenienza e di assoluta certezza dell’assenza dei minimi criteri di benessere animale? Oppure che introduca politiche efficaci contro l’assenza di microchip nel mercato nero”?

Cosa avrebbe voluto vedere nel Regolamento che invece non c’è?

“Una definizione chiara di “allevamento” e la sua corretta collocazione nel settore agricolozootecnico avrebbero cambiato tutto. Avrebbero restituito a questo comparto le opportunità tipiche dell’agricoltura: una fiscalità coerente, un accesso ordinato alle aree territoriali idonee e la possibilità, per gli operatori di realizzare strutture realmente in grado di garantire gli standard richiesti dal Regolamento. Oggi, invece, ci troviamo davanti a un sistema frammentato. In Italia la fiscalità dell’allevamento poggia addirittura su tre regimi diversi, con conseguenze paradossali: cani e gatti sono soggetti all’IVA al 22% anche quando l’attività è riconosciuta come agricola. Un cortocircuito normativo che penalizza chi opera correttamente e impedisce al settore di svilupparsi in modo ordinato e sostenibile”.

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