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Negli ultimi anni, il mondo della cinofilia ha visto nascere discipline sempre più attente al benessere animale e alla qualità della relazione tra cane e umano. Tra queste, gli Swim Dog Sport promossi dal CSEN rappresentano una delle realtà più innovative e coinvolgenti. Non si tratta solo di sport: è un’esperienza condivisa fatta di fiducia, gioco e crescita reciproca. Entrare in acqua con il proprio cane significa comunicare in modo più autentico, creando un’intesa che va ben oltre la relazione tradizionale.
Il nuoto è una delle attività più complete per il cane, capace di apportare benefici fisici ma soprattutto mentali. Dal punto di vista fisico stimola tutta la muscolatura in modo armonico, migliora la resistenza cardiovascolare, aumenta la capacità respiratoria, riduce completamente l’impatto sulle articolazioni migliorandone la mobilità. Ma c’è anche un aspetto emotivo fondamentale: l’acqua, se proposta correttamente, diventa un ambiente stimolante e divertente, capace di aumentare sicurezza e autostima nel cane.

Quando nascono gli sport acquatici in cinofilia

Le radici di questa disciplina affondano nel 2011, quando Antonio Giannone sviluppò il primo regolamento del Freestyle acquatico. L’obiettivo era chiaro: creare un’attività che unisse tecnica e relazione, mettendo il cane al centro. Con il tempo, grazie anche alla diffusione di piscine dedicate ai cani in tutta Italia, il progetto si è evoluto.
el 2015, con il contributo di Giorgia Faralla e Cassandra Santi, nasce ufficialmente un sistema strutturato di discipline acquatiche. Da quel momento, gli Swim Dog Sport iniziano a prendere forma come vero e proprio movimento sportivo nazionale.

Il legame conduttore-cane

Alla base degli Swim Dog Sport c’è una filosofia precisa: il cane non è solo un atleta da performance, ma un partner. Promossi dal CSEN, ente riconosciuto dal CONI, questi sport si fondano su valori fondamentali come rispetto dei tempi e delle capacità del cane, approccio positivo e motivazionale, centralità del benessere psicofisico e inclusività (tutti i cani possono partecipare). Non è necessario avere un cane “perfetto”: ciò che conta è la voglia di condividere un’attività e costruire una relazione più profonda.

Freestyle: tecnica e sintonia

Il Freestyle è probabilmente la disciplina più completa. Il binomio affronta un percorso in acqua con ostacoli e virate, che richiede coordinazione, precisione e comunicazione. Non si tratta solo di velocità: ciò che fa la differenza è l’armonia tra cane e conduttore.

Speedwater: velocità e istinto

Lo Speedwater elimina le virate e punta su un percorso lineare con ostacoli. Al termine, il cane deve recuperare un oggetto. Qui entrano in gioco: velocità, concentrazione e istinto predatorio (nel recupero). È una disciplina dinamica e molto spettacolare.

Splashdog: adrenalina pura

Lo Splashdog è forse la disciplina più conosciuta e scenografica: il cane si lancia da una pedana in acqua, dando il massimo in termini di entusiasmo e slancio. È perfetta per cani energici e amanti dell’acqua, e regala sempre momenti divertenti anche per il pubblico.
Uno degli aspetti più interessanti degli Swim Dog Sport è la loro accessibilità. Possono partecipare, cani di razza e meticci, cani di tutte le taglie, binomi con diversi livelli di esperienza. L’unico requisito è l’età minima di 12 mesi per l’attività agonistica. Naturalmente, vengono valutate eventuali condizioni di salute o comportamentali per garantire sicurezza e benessere.

Quando si parla di cani che amano nuotare, l’immaginario corre veloce verso Labrador, Golden, Terranova Retriever. Cani “nati per l’acqua”, selezionati per il riporto e il lavoro. Ma chi vive davvero i cani lo sa: il rapporto con l’acqua è spesso molto più personale di quanto dicano i manuali. Esistono infatti cani acquatici insospettabili, razze che non associamo al nuoto e che invece, una volta in acqua, rivelano equilibrio, entusiasmo, persino piacere. Non per dovere, non per funzione. Ma perché l’acqua, a volte, tira fuori qualcosa che a terra rimane nascosto. È qui che molti stereotipi iniziano a sgretolarsi. Perché l’acqua, a volte, mette in luce ciò che davvero motiva un cane.

Il cane e l’acqua: una relazione che nasce dall’esperienza

La genetica conta, ma non decide tutto. Il modo in cui un cane viene introdotto all’acqua – soprattutto da cucciolo può fare la differenza tra rifiuto e curiosità. Un approccio graduale, senza forzature, associato alla fiducia nel proprio umano, può trasformare l’acqua da ambiente estraneo a spazio di libertà. Ed è proprio in questo margine, tra predisposizione e vissuto individuale, che emergono i nuotatori meno prevedibili.

Schnauzer: l’eleganza che non ha paura di bagnarsi

Dietro la sua barba ordinata e l'aria composta, lo Schnauzer ha un'anima molto pratica. Le sue origini in campagna ci raccontano di un ambiente umido, di un lavoro quotidiano e di un adattamento continuo. Il suo pelo duro e funzionale, insieme a una struttura compatta, lo rende molto a suo agio nell'acqua. Molti Schnauzer entrano in acqua senza esitare, nuotano con calma e controllo, come se l'acqua fosse solo un altro terreno da attraversare. Non c'è nulla di teatrale in loro, solo una grande naturalezza.

Il Boxer: quando il gioco si trasforma in un tuffo

E' un animale che non ci pensa troppo: vive semplicemente il momento. E quando scopre l’acqua, spesso lo fa con la stessa gioia con cui affronta ogni esperienza. Il suo corpo potente e la grande resistenza gli permettono di nuotare anche se non è nato per farlo. Il nuoto, per il Boxer, è soprattutto gioco totale. Schizzi, movimenti disordinati, tuffi improvvisi. Non è precisione, è entusiasmo. E proprio questo lo rende irresistibile da osservare.

Rottweiler è la solidità che galleggia

Il Rottweiler viene associato alla terra, alla stabilità, al controllo. L’idea di vederlo nuotare sorprende molti. Eppure, quando entra in acqua, lo fa con una calma profonda. Se introdotto correttamente, il Rottweiler dimostra resistenza, sicurezza e una sorprendente fluidità. Non è veloce, non è esuberante. Nuota come vive: con presenza piena. Per alcuni, l’acqua diventa addirittura uno spazio di rilassamento, lontano dalla tensione e dalla vigilanza costante.

Il Dobermann e l'idromassaggio

L’acqua come equilibrio ed è spesso percepito come un cane sempre “in allerta”. In acqua, però, può emergere un lato diverso. La sua struttura slanciata e atletica gli consente movimenti eleganti, quasi danzati. Ha bisogno di fiducia, di gradualità. Ma quando l’esperienza è positiva, l’acqua diventa un luogo dove scaricare tensioni, muoversi in modo più morbido, ritrovare equilibrio. Un Dobermann che nuota è spesso un Dobermann più rilassato.

Malamute dell’Alaska

Il nord che incontra l’acqua. Quando si pensa al Malamute dell’Alaska, l’immagine è quella della neve, del ghiaccio, delle slitte nel paesaggio artico. È un cane nato per trainare, per resistere al freddo estremo, per lavorare in squadra. L’acqua non è il primo elemento che gli si associa. Eppure, anche il Malamute può sorprendere. La sua forza e resistenza gli permettono di nuotare con stabilità, soprattutto quando l’acqua è parte di un lago di montagna, un’escursione condivisa, un momento di esplorazione in piscina. Non cerca l’acqua per istinto di riporto, come farebbe un Retriever. Se entra, lo fa per scelta, per curiosità, per seguire il proprio umano. Il suo nuoto è potente, misurato, senza frenesia. E quando si lascia andare, rivela un lato più leggero, quasi giocoso, che contrasta con la sua immagine austera. Anche nel suo caso, l’esperienza conta più dell’etichetta.

Weimaraner

E' un cane nato per muoversi. La caccia, l’esplorazione, l’azione fanno parte della sua identità. Per questo, l’acqua non è un ostacolo, ma una prosecuzione. Molti Weimaraner nuotano con naturalezza, soprattutto quando l’acqua è parte di un ambiente più ampio da esplorare. Resistenti, concentrati, fortemente legati al proprio umano, entrano in acqua per seguire, per condividere, per continuare il movimento. Stesso slancio, elemento diverso.

Pitbull ha una forza emotiva che sorprende

E’ forse uno dei cani più fraintesi in assoluto. Raccontato quasi sempre attraverso stereotipi, raramente viene osservato per quello che è davvero: un cane estremamente orientato alla relazione. In acqua, molti Pitbull mostrano un entusiasmo contagioso. La muscolatura potente fornisce una buona spinta, ma è soprattutto il desiderio di stare con il proprio umano a portarli a nuotare. Recuperano oggetti, seguono, partecipano. Per loro l’acqua non è una prova fisica, ma un’esperienza condivisa. Ed è proprio questo che spiazza chi li immagina rigidi o aggressivi.

Gli Amstaff sono cani pieni di energia

Spesso la gente li fraintende o li descrive in modo superficiale, ma quando si trovano in acqua, mostrano un lato completamente diverso, pieno di luce e gioia. Amano essere attivi, partecipare e stare al centro dell'azione. Nuotano per stare vicini alle persone che amano, per recuperare oggetti o semplicemente per divertirsi. Per loro, l'acqua diventa un modo per stabilire una relazione, non una prestazione da eseguire. E questo aspetto rivela molto del loro vero carattere. Ma come si può capire se un cane ama l'acqua? Invece di chiedersi se una determinata razza sia adatta all'acqua, è più utile osservare il cane come individuo: è curioso? si sente al sicuro con te? può esplorare senza pressioni? L’acqua non va conquistata. Va proposta. Spesso l’acqua ci costringe a rivedere le etichette: vedere un Pitbull nuotare felice, un Rottweiler galleggiare tranquillo, un Dobermann rilassarsi, uno Schnauzer entrare senza pensarci, è una piccola lezione di umiltà. I cani non leggono descrizioni di razza. Vivono esperienze. E a volte basta un tuffo per scoprire che, sotto la superficie, c’era molto di più di quanto immaginavamo.

I rinoceronti sono animali che sembrano appartenere alla preistoria, con il loro corpo massiccio, la pelle spessa, il passo lento e inspiegabilmente silenziosissimo: animali meravigliosamente fuori dal tempo. Eppure avendo avuto il privilegio di osservarli da vicino, all’interno di alcune riserve private e farm dell’Africa australe tra Namibia e Sudafrica, ne ho potuto ammirare una dimensione molto meno conosciuta, fatta di comportamenti complessi, memoria e una sorprendente quanto straordinaria capacità di relazionarsi con l’uomo.

Cosa sono le “farm”

Le farm e le riserve private sono ampie aree di territorio gestite privatamente ed attivamente per la conservazione della fauna selvatica. Non si tratta di zoo né di contesti di cattività, ma di ambienti naturali protetti nei quali gli animali vivono liberi, seguiti e monitorati da personale specializzato con l’obiettivo di garantirne sicurezza, salute e continuità della specie.

White o wide

Anche il nome “rinoceronte bianco” porta con sé una storia che vale la pena di essere raccontata. Il cosiddetto rinoceronte “bianco” non deve il proprio nome al colore, come si potrebbe facilmente pensare, bensì ad un errore linguistico di traduzione: il termine inglese white deriverebbe dall’afrikaans wide, che significa “largo”, in riferimento alla forma della bocca, ampia e piatta, adatta al pascolo, caratteristica distintiva di questa specie. Per contrasto, venne poi definita “nero” l’altra specie di rinoceronte africano, il rinoceronte con il labbro più appuntito, specializzato invece nel brucare arbusti. Una distinzione linguistica che nel tempo è diventata classificazione, senza avere però alcun legame con il colore reale di questi animali, che è pressoché identico, un grigio scuro marroncino per via della sabbia e del fango nel quale spesso si razzolano.

L'habitat delle farm

Il rinoceronte bianco, il più grande tra i due, ha generalmente un carattere più socievole e meno irruento, proprio questa caratteristica rende possibile, in contesti controllati e gestiti, un’osservazione più ravvicinata dei suoi comportamenti. Nelle farm, che sono una realtà molto comune in Namibia e Sudafrica e nelle riserve private, dove gli animali vengono monitorati e protetti, si possono cogliere aspetti che difficilmente emergerebbero in contesti meno controllati, soprattutto legati alla loro capacità di apprendere e adattarsi anche alla presenza dell’uomo. In questi luoghi, l’intervento umano non ha lo scopo di alterare la natura degli animali, ma di proteggerli da minacce esterne, garantendo loro condizioni di vita il più possibile vicine a quelle naturali.

La memoria dei rinoceronti

Uno degli elementi che mi ha colpito molto è la loro memoria. I rinoceronti, anche i più giovani, dimostrano una notevole capacità di riconoscere routine e abitudini che gli umani che si occupano di loro all’interno di questi contesti gli hanno insegnato: un esempio sono le attività di alimentazione controllata (feeding), utilizzate in alcune strutture per integrare l’alimentazione o facilitare il monitoraggio sanitario, sono pratiche limitate e controllate, impiegate principalmente per esigenze sanitarie e gestionali, e non rappresentano l’alimentazione esclusiva degli animali, che continuano a nutrirsi autonomamente nel loro habitat. Infatti gli animali imparano rapidamente gli orari in cui vengono alimentati; se il cibo tarda ad arrivare, non restano passivi: si avvicinano, spesso in gruppo, riducono la distanza dai custodi e mettono in atto comportamenti chiaramente orientati ad attirare la loro attenzione. Spostano oggetti con il loro muso, si muovono in modo più insistente, producono suoni e segnali che, nel loro insieme, rendono evidente una forma di aspettativa appresa.

Uomo e rinoceronte: la comunicazione è possibile

Non si tratta di addestramento nel senso stretto del termine, perché questi comportamenti non vengono loro insegnati dall’uomo, ma è una forma di comunicazione che i rinoceronti tenuti in tali ambienti hanno sviluppato di associare eventi, tempi e presenze, adattando il proprio comportamento di conseguenza. È un aspetto che contribuisce a ridimensionare l’idea, ancora diffusa, del rinoceronte come animale esclusivamente istintivo e poco reattivo, anzi posso assicurare che è tutto il contrario. In alcuni contesti, soprattutto dove il rapporto tra animali e custodi è stabile e continuativo, si osserva anche un livello di tolleranza al contatto che può risultare sorprendente. I rinoceronti che vivono in queste condizioni riconoscono le persone che si occupano di loro e, entro limiti ben precisi, possono accettare la loro vicinanza. In questi casi, non è raro vedere questi animali che si lasciano accarezzare sul dorso o sulla pancia, ma anche sul muso e vicino agli occhi, rimanendo tranquilli durante le interazioni o addirittura mostrando segnali di rilassamento come l’arricciamento della coda o l’allungamento delle zampe, alcuni insistono spingendo con il muso quando i custodi smettono di coccolarli perché ne vogliono ancora, mostrando una forma di reale gradimento del contatto rispettoso dell’essere umano. Sono segnali che, pur non potendo essere letti in chiave emotiva umana, indicano chiaramente una risposta positiva allo stimolo e una forma di fiducia costruita nel tempo tra questi animali e l’uomo. E' importante sottolineare che queste interazioni avvengono esclusivamente con i custodi che conoscono gli animali da anni e non rappresentano in alcun modo una pratica aperta ai visitatori.

La natura da animale selvatico

Tutto questo non deve però far dimenticare la natura di questi animali. Il rinoceronte resta uno degli animali più potenti e potenzialmente pericolosi d’Africa. Un individuo adulto ha pochi predatori naturali e, nella maggior parte dei casi, non teme altri animali che non siano l’uomo. La sua forza, unita a una vista limitata ma compensata da olfatto e udito molto sviluppati, può renderlo imprevedibile, soprattutto in situazioni di stress o percezione di minaccia. È proprio questo equilibrio tra forza e sensibilità a rendere il rinoceronte un animale così straordinario. Da un lato la capacità di imporsi in un ecosistema complesso, dall’altro una gamma di comportamenti che, se osservati con attenzione, rivelano adattabilità, memoria e una certa apertura alla relazione in contesti specifici.

Il rischio bracconaggio

Questa complessità emerge ancora di più se si considera la pressione costante del bracconaggio. Il corno, composto da cheratina, la stessa sostanza di cui sono composte le unghie e i capelli dell’essere umano, continua a essere richiesto nel mercato illegale, alimentando una delle principali minacce per la sopravvivenza di questa specie. Alcune sottospecie, come il rinoceronte bianco settentrionale, sono ormai purtroppo funzionalmente estinte: al mondo ne restano solo due esemplari e sono entrambe femmine, le ultime due testimoni del massacro causato dall’uomo, ora sono entrambe protette e sorvegliate all’interno di una riserva che le ospita in Kenya. In questo triste scenario, il lavoro delle riserve e delle farm assume un ruolo centrale nella conservazione di questi animali. In molti casi, proprio grazie a queste strutture, è stato possibile garantire protezione continua, controllo sanitario e un incremento delle popolazioni in contesti in cui, altrimenti, la sopravvivenza sarebbe stata fortemente compromessa. Queste realtà, pur diverse tra loro, contribuiscono alla conservazione attraverso la protezione attiva, il monitoraggio e, in alcuni casi, la gestione delle popolazioni. In alcuni contesti viene utilizzata anche la rimozione preventiva del corno (dehorning), con l’obiettivo di ridurre l’interesse dei bracconieri. Si tratta di una misura che non elimina il rischio, ma che rientra in strategie più ampie di tutela.

 

L'equilibrio della convivenza

Osservare i rinoceronti all’interno di questi ambienti permette di comprendere quanto la loro sopravvivenza ormai dipenda da un equilibrio delicato tra natura e intervento umano, perché ad oggi sono purtroppo sempre più una specie a rischio d’estinzione a causa del bracconaggio. Non si tratta di animali addomesticati né mai addomesticabili dall’uomo. Si tratta piuttosto di una convivenza regolata, costruita nel tempo, in cui l’uomo assume un ruolo di mero custode, ma il rinoceronte rimane libero nel suo ambiente naturale senza che ne sia in alcun modo stravolta la natura e l’indole, con la sola eccezione di aver dovuto in queste realtà imparare a convivere pacificamente con i coinquilini umani che condividono quello stesso habitat, traendone i rinoceronti, quando vogliono, anche qualche beneficio, come cibo extra e un po’ di coccole, ma solo se gradite. In questo senso, la presenza dell’uomo non sostituisce la natura, ma si limita a proteggerla, permettendo a questi animali di continuare a vivere secondo le proprie dinamiche.

L'animale che sorprende

Dietro l’immagine di un animale massiccio e apparentemente impenetrabile si nasconde una complessità caratteriale che raramente viene raccontata: una capacità di apprendere, di adattarsi e, in alcuni contesti, di sviluppare forme di fiducia ed empatia che lo rendono un animale straordinario. Il rinoceronte resta un animale selvatico, potente e potenzialmente pericoloso per l’uomo: questo deve essere chiaro. Ma è anche, allo stesso tempo, una delle espressioni più sorprendenti della vita animale, capace di ricordare, reagire e interagire in modi che, osservati da vicino, cambiano profondamente la percezione che abbiamo di questi giganti. Questa doppia natura, fatta di forza e vulnerabilità, di distanza e fiducia, rende il rinoceronte non solo un potente simbolo della lotta alla conservazione, ma anche una delle testimonianze più straordinarie di quanto il mondo animale sia sempre in grado di sorprenderci.

 

 

Nella relazione tra uomo e cane ci sono momenti in cui si compie un salto di qualità senza che nessuno dei due se ne accorga immediatamente. Accade durante un gioco improvvisato in giardino, durante un’esplorazione su un sentiero poco battuto, oppure semplicemente quando, per la prima volta, il cane mette le zampe in acqua.

Ed è proprio lì, nel punto in cui la terra finisce e il mondo liquido comincia, che nasce un modo completamente nuovo di comprendersi. Numerosi proprietari vedono l’acqua solo come un contesto differente per l’attività fisica. Tuttavia, immergersi in un ambiente acquatico provoca una trasformazione significativa nella percezione corporea, nelle sensazioni del cane e nella natura del legame con il suo umano. La terraferma e l’acqua non sono semplicemente due ambienti diversi, ma costituiscono due esperienze sensoriali e comunicative distinte che influenzano in modo del tutto differente l’apprendimento, la tranquillità, il coraggio e la fiducia reciproca. Questa narrazione riguarda Argo e Laura, tuttavia, rappresenta anche il racconto di tutti quei duo che, senza rendersene conto, stanno per comprendere che educare un cane non consiste semplicemente nell'“insegnargli qualcosa”, ma anche nel selezionare il contesto più adatto in cui farlo.

La terraferma: il luogo della comunicazione e della sicurezza

A terra Argo si muove con la sicurezza di chi conosce ogni minimo dettaglio del proprio mondo. Il proverbiale olfatto, il suo strumento più raffinato, è libero di funzionare al massimo. Ogni zolla d’erba, ogni traccia sul terreno, ogni impercettibile vibrazione racconta una storia che solo un cane può comprendere. In questo ambiente la comunicazione è fluida, precisa, leggibile. Il corpo si mantiene fermo con equilibrio, la coordinazione risulta spontanea, i messaggi sociali sono evidenti: uno sguardo abbassato, un breve leccarsi il muso, un movimento lento della coda, un cambiamento corporeo. Tutto parla, tutto insegna, tutto rassicura.

Questo è il momento in cui il cane dà il massimo delle sue capacità: esplora, riflette, valuta, prevede, prende decisioni. Le attività, dal risolvere problemi al recupero, dai giochi basati sull’olfatto all’obbedienza, si svolgono in modo fluido, logico e rapido. Il cane si trova nel contesto naturale che la natura ha progettato per lui. La terraferma rappresenta il dominio della capacità intellettiva.

cane conduttore in piscina

L’acqua: il luogo dell’emozione, della fiducia e del cambiamento

Quando Argo mette le zampe nel lago, tutto ciò che conosce cambia improvvisamente tono. Il suo corpo non ha più lo stesso peso. I gesti si sono fatti più lenti, immersi in una resistenza lieve ma continua. I suoni diventano più distanti, come se il mondo avesse improvvisamente abbassato il volume. Argo sperimenta per la prima volta cosa vuol dire sentirsi “fluttuanti": non ha il pieno controllo del proprio corpo, e neppure è abbastanza preparato a interpretare i segnali che provengono dal mondo esterno. Mentre Laura lo guarda, comprende una realtà ben nota: l’acqua svela ciò che il suolo tiene nascosto.

L’acqua elimina quasi del tutto il peso corporeo, riduce l’efficienza dell’olfatto, attenua i rumori, trasforma i segnali del corpo, altera l’equilibrio fisico, amplifica le emozioni. È un ambiente multisensoriale e instabile, che richiede calma, autocontrollo e presenza. Per questo motivo, durante le prime esperienze in acqua, l’apprendimento appare più rallentato e meno diretto: il cane dedica una parte della sua energia a comprendere la propria posizione e il modo di muoversi in questo ambiente nuovo. Ed è proprio in questo momento delicato che il ruolo dell’umano si trasforma: da semplice guida a punto di riferimento essenziale.

Come si trasforma la connessione

A terra c’è cooperazione mentale. Il cane utilizza la sua capacità di analizzare, esplorare, rispondere a stimoli complessi. Il legame si intensifica mediante segnali: un gesto, un movimento, una posizione. L’umano diventa un partner con cui condividere attività, regole, giochi. È una collaborazione logica, strutturata, dinamica.

In acqua c’è una cooperazione emotiva. L’acqua toglie al cane buona parte dei suoi riferimenti naturali. Non si può affidare al senso dell’olfatto come al solito, né interpretare con esattezza la posizione del suo padrone. Ha bisogno di fidarsi. La relazione diventa intima, profonda, fatta di presenza più che di performance. L’essere umano apprende a esprimersi attraverso il corpo, con serenità, seguendo il ritmo del proprio respiro. Il cane capisce che può lasciarsi andare. Questa è la nascita della fiducia emotiva, la più fragile e la più preziosa.

Le attività educative di apprendimento sono due versioni dello stesso dialogo. Prendiamone ad esempio qualcuna. Nel Retrieving a terra si esprimono corsa, velocità, scelta, decisione; in acqua lentezza, continuità, resistenza. Il tornare all’umano riveste un significato emblematico: ritornare rappresenta un gesto di fiducia, non semplicemente una pratica. Nelle attività di Mobility a terra si esprimono indagine di superfici, salite, discese, tunnel, rumori; in acqua instabilità intrinseca, oscillazioni, onde, galleggiamento. Ogni piccolo successo diventa una conquista emotiva. Nell’Obedience a terra si esaltano precisione, rapidità, concentrazione; in acqua ascolto, calma, presenza. Le richieste diventano più essenziali: attesa, partenza controllata, rientro.

Nuoto assistito un contatto che cura. Qui il cane entra in un’esperienza nuova: essere sostenuto dal corpo dell’umano. Non è solo esercizio motorio, è un’esperienza relazionale pura, quasi terapeutica. Un cane sensibile, sostenuto tra le braccia, capisce che non deve “fare”. Deve solo sentirsi al sicuro. Il punto di incontro: un percorso di apprendimento completo. Laura, dopo settimane di lavoro con Argo, comprese qualcosa che ogni umano proprietario di un cane dovrebbe sapere, terra e acqua non sono due ambienti alternativi, ma due metà della stessa esperienza: la relazione.

A terra si costruiscono competenza, autonomia e comunicazione. In acqua si costruiscono stabilità emotiva, resilienza e fiducia profonda. Insieme, questi due mondi danno vita a un cane più sicuro, più equilibrato, più capace di affrontare la novità. Inoltre, cosa di maggiore rilievo, partecipano alla creazione di un legame genuino e completo: mentale, corporeo ed affettivo.

cane in piscina

Dove inizia il cambiamento

Quando Argo esce dall’acqua e si scrolla tutto, Laura sorride, non perché Argo ha imparato a nuotare, non perché ha superato la sua incertezza, non perché ha “fatto bene l’esercizio”. Sorride poiché ha compreso che, in acqua, Argo non sta semplicemente esercitandosi a nuotare: sts imparando a fidarsi, e, senza nemmeno accorgersene, lo sta insegnando anche a lei.
Per questo l’incontro tra terra e acqua è così speciale: perché non cambia solo il cane, cambia la relazione, cambia l’umano, cambia il modo in cui ci si guarda, ci si ascolta, ci si accompagna. È il punto in cui la natura incontra l’emozione e dove ogni coppia umano/cane può scoprire la sua versione migliore.

Riferimenti bibliografici

Dogs and owners share emotional and physiological changes — Scientific Reports, 2024. Lo studio misura la variabilità della frequenza cardiaca (Heart Rate Variability) di cane e proprietario durante interazioni, evidenziando una “co-modulazione fisiologica” che riflette la connessione emotiva nel rapporto cane-uomo. 
Dogs showed lower parasympathetic activity during mutual gazing while owners did not The Journal of Physiological Sciences, 2023. SpringerLink.
The Welfare of Dogs as an Aspect of the Human Dog Bond: A Scoping Review Animals, 2024. MDPI.
Glucocorticoid response to naturalistic interactions between children and dogs. Hormones and Behavior, 2024. ScienceDirect.
Psychophysiological and emotional effects of human dog interactions by activity type: An electroencephalogram study PLOS ONE, 2024. ScienceDaily.

Cani e acqua: l'amore non è così scontato. Molti cani amano l’acqua in modo spontaneo: ci corrono dentro, giocano, nuotano senza esitazione. Altri, però, manifestano timore, disinteresse o addirittura rifiuto totale. Si tratta di una situazione più comune di quanto si pensi e spesso genera frustrazione nei proprietari, specialmente durante l’estate o quando si desidera condividere attività acquatiche con il proprio cane.

Per aiutare un cane che non vuole entrare in acqua, è necessario comprendere le ragioni del rifiuto, i segnali che comunica, e metodi graduali e rispettosi per accompagnarlo verso un rapporto più positivo con questo elemento. Forzarlo non solo è inutile, ma rischia di danneggiare la relazione e peggiorare la paura.

Perché alcuni cani non vogliono entrare in acqua?

La reticenza verso l'acqua può avere molte origini, spesso sovrapposte. Comprendere il “perché” è essenziale per scegliere il percorso di accompagnamento più adeguato.

Ecco alcune delle principali cause: mancanza di esperienze precoci: i cuccioli che non vengono esposti all’acqua durante le fasi sensibili dello sviluppo (3–12 settimane) possono diventare adulti più diffidenti. Esperienze negative pregresse: saltare in acqua in modo brusco, scivolare, essere afferrati da un’onda o trovarsi in un luogo troppo rumoroso può generare una memoria emotiva forte. Predisposizione genetica: alcune razze sono selezionate per il lavoro in acqua (Retriever, Spaniel), altre meno. 
La predisposizione non è una garanzia, ma può facilitare il rapporto con l’ambiente. Sensibilità individuale: proprio come gli esseri umani, i cani possono avere temperamento più prudente, avversione alle superfici bagnate o instabili, sensibilità sensoriale maggiore. Dolore, problemi fisici o difficoltà motorie: artrosi, displasia, otiti ricorrenti o anche solo una debolezza muscolare possono rendere l’acqua sgradevole o faticosa.

Segnali che indicano disagio o paura dell’acqua

Un cane che non vuole entrare in acqua potrebbe mostrare: arretramento o blocco improvviso; postura bassa, orecchie indietro, coda tra le gambe; leccamento del naso, sbadigli ripetuti (segnali calmanti); abbaio verso l'acqua; tentativi di fuga o ricerca del proprietario per sicurezza; irrigidimento o tremore. Riconoscere questi segnali è fondamentale: sono richieste di aiuto, non “testardaggine”.

Cosa fare e cosa NON fare

Prima regola: mai forzare. Sollevare il cane e metterlo in acqua, trascinarlo con il guinzaglio, lanciargli un gioco troppo lontano o spingerlo fisicamente sono azioni che rischiano di creare un trauma. La fiducia è la base del percorso.

E' importante scegliere l’ambiente giusto e partire da un luogo tranquillo, senza onde o schizzi, con fondali che degradano lentamente, senza rumori forti o altri cani troppo invadenti: lago calmo o zona molto riparata del mare sono ideali. Anche una piscina per cani con scalini larghi può essere utile in fase iniziale ma con l’aiuto essenziale di un esperto.

Lavorare sulla distanza di comfort: iniziare lontano dall’acqua e osservare il punto in cui il cane si rilassa. Da lì si avanza gradualmente, senza pressioni.

Procedere per micro-passaggi: i miglioramenti devono essere graduali

Alcuni esempi di step: stare vicino all’acqua senza entrarci; avvicinarsi di 50 cm, poi tornare indietro; toccare la superficie con la zampa; entrare con entrambe le zampe anteriori; immergersi fino al petto, mantenendo sempre controllo e autonomia; nuotare brevemente, se il cane lo sceglie spontaneamente; solidi e lenti progressi sono meglio di grandi passi forzati; usare rinforzi positivi; i bcconcini sono molto graditi.

Giochi che il cane ama: il rinforzo deve arrivare per la scelta del cane di avvicinarsi, mai come premio per “aver sopportato”.

Mostrare un modello rassicurante: cani sociali e sicuri possono facilitare il processo. Affiancare un cane che entra in acqua calmo e tranquillo può fare da “modello” senza costringere al cane più timoroso.

Partecipare e divertirsi insieme: il cane trae sicurezza dal vedere il proprietario: entrare lentamente, toccare l’acqua con le mani, mantenere un tono di voce sereno, mostrarsi rilassato. Non serve nuotare: basta dimostrare che è un ambiente sicuro.

Attività utili per aumentare la confidenza con l’acqua

Giochi progressivi sulla riva, lanciare un gioco molto vicino alla battigia, farlo rotolare verso l'acqua, lavorare su “prendere e riportare” con piccoli incrementi

Un'alternativa può essere quella di usare percorsi sensoriali: tappeti bagnati, superfici morbide o leggere spruzzate d’acqua possono aiutare i cani più sensibili.

Utilizzare una pettorina con maniglia può essere utile: non per forzare, ma per dare sicurezza in caso di onde leggere o per accompagnare senza tirare. Così come il giubbottino salvagente, utile per dare stabilità, galleggiamento e sicurezza nei primi approcci al nuoto.

Quando chiedere aiuto a un professionista

È consigliabile rivolgersi a un istruttore cinofilo acquatico qualificato o a un educatore comportamentale quando il cane ha una paura intensa, mostra segnali di stress marcati, ha vissuto un trauma precedente, ci sono problemi fisici che potrebbero rendere l’attività dolorosa.

Un professionista può strutturare un percorso specifico e introdurre l’acqua in modo controllato e sicuro.

Errori comuni da evitare

Insistere “solo perché gli altri cani ci entrano”; affrontare ambienti troppo stimolanti nelle prime fasi; trattenere il cane al guinzaglio dentro l’acqua creando tensione; reagire con ansia o frustrazione, peggiorando il clima emotivo; pensare che “tanto tutti i cani sanno nuotare”: non è vero. Alcuni affondano, in termine tecnico il cane “verticalizza” e non riesce a galleggiare (la pettorina galleggiante può evitare questo)

Quanto tempo serve?

Ogni cane ha i suoi tempi. Alcuni imparano in una sessione, altri in settimane o mesi. L’obiettivo non è renderlo un nuotatore esperto, ma permettergli di vivere l’acqua senza paura, nel rispetto della sua natura.

Un cane che non entra in acqua non è “capriccioso” né “problematico”: ha semplicemente bisogno di sentirsi al sicuro. Con un approccio paziente, graduale e rispettoso delle sue emozioni, la maggior parte dei cani sviluppa un rapporto più sereno con questo elemento. Alcuni arriveranno a nuotare, altri si limiteranno a camminare con le zampe immerse. Entrambe le opzioni sono valide: ciò che conta è il benessere del cane e la qualità della relazione.

Cosa dice la Ricerca

Cecchi, F. (2022). A survey of the main behavioural and natatorial issues observed in non-genetically selected dog breeds trained for water rescue activities. (Dog Behavior / IRIS repository).
Breve: indagine sui problemi “natatori” (atteggiamenti di rifiuto/avversione all’acqua) osservati in cani impiegati per soccorso in acqua; utile perché affronta direttamente l’argomento pratico e le possibili cause (mancata predisposizione, scarsa familiarizzazione, caratteristiche morfologiche). Arpi

D’Aniello, B., et al. (2015). Gazing toward humans: a study on water rescue dogs using the impossible task paradigm. PubMed.
Breve: confronto tra cani addestrati per il salvataggio in acqua e cani pet; utile per capire come l’addestramento e le esperienze influenzano il comportamento in contesti acquatici. PubMed

McEvoy, V., et al. (2022). Canine Socialisation: A Narrative Systematic Review. (open access, PMC).
Breve: rassegna sul periodo critico di socializzazione/adattamento nei cuccioli (quando l’esposizione a stimoli nuovi è più efficace). Fondamentale per capire perché una mancata familiarizzazione da cucciolo può portare, da adulti, a evitare l’acqua. PMC

Scott, J. P. & Fuller, J. L. (classici; vedi “Critical Periods in the Development of Social Behavior in Puppies”).
Breve: lavori classici che definiscono il periodo sensibile (≈ 3–12 settimane) per l’ambientazione/socializzazione nei cani — importante per interpretare cause ontogenetiche dell’avversione all’acqua. Tropical Dog Training

Puurunen, J., et al. (2020). Inadequate socialization, inactivity, and urban living are associated with fearfulness in pet dogs. Scientific Reports.
Breve: studio che mostra come fattori ambientali ed esperienze precoci influenzino la propensione alla paura/astensione in cani di compagnia (utile per generalizzare le ragioni dell’evitamento dell’acqua). Nature

Vieira de Castro, A. C., et al. (2020). Does training method matter? Evidence for the negative impact of aversive training methods on dog welfare. PLOS ONE.
Breve: mostra l’impatto negativo di metodi coercitivi/aversivi sulla paura/ansia del cane; rilevante perché tecniche sbagliate (es. “forzare” un cane in acqua) possono aumentare il rifiuto dell’acqua.

Parliamo di cavalli, o meglio del “nostro” cavallo. Dimentichiamo l’equitazione fatta di cronometri, ostacoli e competizione. Non è ciò che amano i cavalli, ché sanno di essere strumenti in mano a chi vuol trarre solo guadagno dalla loro estenuante fatica.

Esiste una dimensione molto più bella, che trasforma due specie diverse in un binomio. È il rapporto tra cavallo e cavaliere, un’alleanza che diventa una delle forme più armoniche di relazione tra due esseri tanto differenti. Prima ancora di salire in sella, il legame si stabilisce a terra. Pulire il cavallo (il grooming) è una esperienza sensoriale, si direbbe oggi, oppure sinestetica, per essere più precisi: una contaminazione dei sensi nella percezione, in questo caso di almeno quattro su cinque.

Lavoriamo sui sensi

Si comincia con la vista: guardi il tuo cavallo, lui ti segue con l’occhio del tuo lato, di solito alla sinistra, e ti avvicini, con calma, perché non sai cosa gli è capitato qualche momento prima, se è nervoso o calmo. Poi l’olfatto: ci si annusa, l’uno sente l’odore dell’altro, lui avverte se sei agitato, se hai qualche preoccupazione che ti distrae. Quindi l’udito: impari a leggere il suo umore da un sospiro, oppure da uno sbuffo che esprime soddisfazione o impazienza. Infine il tatto: cominci a spazzolare il suo mantello, districhi la criniera, lentamente, e dopo cominci con la cosa più delicata, che è pulire gli zoccoli.

Il ruolo della fiducia

Qui entra in gioco il massimo della fiducia reciproca: il cavallo accetta di stare su tre zampe, fermo, e si lascia fare, sta rinunciando ad un suo punto d’appoggio; tu accetti il rischio che scalci, potrebbe farlo, e invece accoglie la tua presenza nella sua comfort zone, perché sa che ti stai prendendo cura di lui, e risponde abbassando la testa. Il cavallo sente la pressione della tua mano e tu senti la tensione dei suoi muscoli. Quando siamo pronti, lo vesti con sella, morso e finimenti, vuol dire che si parte per una passeggiata, magari preceduta da qualche giro nel tondino, giusto per scaldarsi e prendere confidenza.

Squadra in esplorazione

Uscire dal proprio spazio vitale per inoltrarsi in un bosco o in una vallata trasforma il binomio in una squadra di esplorazione. Durante una passeggiata, i sensi si fondono. Il cavallo avverte un fruscio molto prima di te; tu senti il suo battito aumentare sotto la sella. C’è uno scambio continuo di informazioni: lui mette la forza e l’istinto, tu metti la direzione e la calma. Occorre ricordarsi di una cosa importante: il cavallo non sa mentire, non reagisce a ciò che dici, ma a ciò che provi; percepisce come ti senti, forse ti legge nel pensiero, proprio perché mancano le parole. Per questo si dice che, per dare comandi, il cavaliere inesperto usa molto le mani sulle briglie, quello un po’ più esperto le gambe, ma quello bravo la voce, o meglio ancora solo gli occhi. Perché quando volgi lo sguardo da una parte, anche se a te non sembra, sposti il busto, lui lo avverte e ti segue, va dove guardi.

La chiave è l'autenticità

In buona sostanza, l’autenticità è il requisito principale: se sei teso, il cavallo sarà contratto, se sei distratto, cercherà la sua strada. In questo senso, il cavallo è un maestro di leadership gentile: ti invita ad essere centrato, paziente e sincero, insomma, a non fingere. Chissà se a questa scuola non merita proprio andare tutti, soprattutto da grandi.

Per molti cani l’acqua è sinonimo di gioco, libertà e benessere. Correre tra gli spruzzi, inseguire un oggetto galleggiante o nuotare accanto al proprio umano può trasformarsi in una delle esperienze più piacevoli e rilassanti dell’estate. Tuttavia, non tutti i cani sono “amanti dell’acqua” per natura: alcuni entrano senza esitazioni, altri manifestano diffidenza, paura o totale disinteresse.

Il primo approccio all’acqua è quindi un momento cruciale, capace di influenzare profondamente il rapporto che il cane avrà con questo elemento per tutta la vita.

Un incontro da vivere con rispetto, gradualità e divertimento

Ogni cane possiede una propria personalità, sensibilità ed esperienza. Alcuni sono curiosi e audaci, altri più osservatori e prudenti. Per questo motivo non bisogna mai forzare l’ingresso in acqua: il primo contatto deve avvenire con calma, lasciando al cane la libertà di scegliere tempi e modalità.

Il gioco rappresenta lo strumento più efficace per rendere l’esperienza piacevole: inizia a terra e può concludersi con un allegro splash. Il cane dovrebbe poter esplorare liberamente la riva, annusare, bagnarsi le zampe e avvicinarsi all’acqua in modo spontaneo, senza essere sollevato o trascinato. Le parole chiave sono gioco condiviso, divertimento e fiducia reciproca.
Un umano sereno e presente favorisce una risposta positiva; al contrario, fretta o tensione possono rendere più difficile stabilire un’associazione piacevole con l’acqua.

Dove iniziare? Lago, mare o piscina?

Ogni ambiente presenta caratteristiche specifiche, con vantaggi e limiti da valutare in base al cane e alla situazione.Il lago è spesso considerato l’ambiente ideale per le prime esperienze acquatiche. Le acque sono generalmente tranquille e il fondale degrada dolcemente, consentendo al cane di immergersi un passo alla volta. Quando si parla di “acque calme”, si un movimento della massa d’acqua, senza l’azione delle onde. Questo elemento aiuta il cane a percepire l’ambiente come più stabile e rassicurante. Pur offrendo un contesto favorevole, è importante verificare che l’acqua del lago sia pulita, non troppo fredda e priva di alghe o fondali fangosi che potrebbero intimorire il cane. Nei laghi montani, ad esempio, la temperatura può essere molto bassa; in estate, invece, alcune zone stagnanti possono risultare poco igieniche. Anche se si tratta di acqua dolce, è consigliabile sempre risciacquare bene il cane e asciugarlo accuratamente dopo il bagno.

Al mare per scoprire l'effetto delle onde

Il mare offre ottima galleggiabilità e un’infinita varietà di stimoli sensoriali, ma presenta anche qualche difficoltà in più per un cane inesperto. Le onde, i riflessi della luce, i rumori e il continuo moto ondoso possono spaventare. Per il primo approccio è fondamentale scegliere giornate con mare molto calmo, preferibilmente in baie o insenature dove le onde sono quasi assenti. Dopo il bagno è sempre opportuno risciacquare il cane con acqua dolce per prevenire irritazioni dovute al sale e alla sabbia. Per i cani già abituati, il mare è un ambiente ricchissimo di stimoli e libertà, ideale per attività di gioco condiviso.

Riabilitazione e fitness: la piscina non è più una moda

Le piscine per cani, oggi presenti in molti centri cinofili e strutture di fisioterapia veterinaria, rappresentano una soluzione pratica e controllata per un primo incontro con l’acqua. L’acqua è pulita, alla giusta temperatura, e l’ingresso è agevolato da rampe antiscivolo.

Queste rampe pur facilitando la discesa in acqua possono rappresentare un ostacolo per un cane timoroso. La maggior parte sono inclinate creando spesso perplessità per un cane che deve passare dalla camminata al nuoto. Il petto già in acqua che inizia a galleggiare e le zampe ancora “ancorate” sulla terra ferma possono creare un freno che il cane può superare o con il salto o semplicemente continuando a nuotare. Proprio per questo è fondamentale non forzare mai l’ingresso e, se possibile, affidarsi ai consigli di un istruttore qualificato in grado di guidare il cane in questa nuova esperienza. L’ambiente della piscina è particolarmente indicato anche per: cani in riabilitazione motoria, fitness, soggetti con poca fiducia, cani molto piccoli o anziani, cani che hanno bisogno di imparare il movimento natatorio in sicurezza.

Il manuale del “padrone” di un cane nuotatore

Procedere per gradi: prima le zampe, poi il torace, infine la nuotata spontanea. Usare giochi galleggianti dedicati esclusivamente all’acqua. È utile introdurre il gioco nei giorni precedenti, farci qualche breve sessione di riporto e poi riporlo: verrà usato solo “nel grande giorno”, aumentandone il valore motivazionale. Mai spingere o forzare il cane: una paura nata così è difficile da rimuovere. Utilizzare una pettorina galleggiante nelle prime esperienze.

Il cane, per la prima volta, deve imparare a nuotare e non può contare sull’utilizzo delle zampe come a terra, il movimento è completamente diverso in assenza di peso; la pettorina offre più sicurezza al galleggiamento e per gli umani più timorosi non c’è bisogno di sostenere il cane o toccarlo, spingerlo o tirarlo: questo comprometterebbe inevitabilmente la sua esperienza di crescita consapevole. In questa fase è molto importante osservare, capire, riprovare, premiare con il gioco d’acqua precedentemente preparato o con dei semplici premietti e carezze, alternare gli ingressi in acqua con gioco a terra e così via. In altre parole, la gratificazione reciproca è un ottimo elemento che favorisce un’esperienza positiva a condizione di non aspettarsi che il cane risponda subito ai richiami, perché l’esperienza sensoriale è completamente nuova. Quindi, prestare attenzione alla temperatura dell’acqua, aciugare accuratamente il cane, in particolare orecchie, anche e gomiti.

Benefici fisici e psicologici

Il nuoto è uno degli esercizi più completi e salutari per il cane perché migliora la resistenza cardiovascolare, potenzia la muscolatura, non sovraccarica le articolazioni, favorisce la mobilità in caso di recupero post-operatorio o artrosi. Dal punto di vista psicologico, l’acqua favorisce rilassamento, riduce lo stress e rafforza il legame con il proprietario. Affrontare una nuova esperienza con successo aumenta l’autostima del cane e la sua sicurezza emotiva.

Il primo approccio

Il primo approccio all’acqua non va mai preso alla leggera e dovrebbe essere un gioco e non una sfida. Che si tratti di un cucciolo o di un cane adulto, la chiave è sempre la stessa: pazienza, rispetto dei tempi, fiducia reciproca e un contesto sereno. Una prima esperienza ben gestita - al lago, al mare o in piscina - può trasformarsi in un’occasione preziosa di crescita, divertimento e benessere condiviso. Accompagnare il proprio cane alla scoperta dell’acqua significa offrirgli non solo un nuovo stimolo, ma anche un modo per vivere il mondo con più libertà, armonia e salute.

Da 65 anni associato al Wwf, il panda gigante (Ailuropoda melanoleuca) è divenuto il simbolo delle specie animali minacciate di estinzione. In occasione della Giornata mondiale del panda, 16 marzo, il Wwf ricorda che, "inserita inizialmente nella lista rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn) come 'In Pericolo', questa iconica specie oggi sta un po’ meglio. Come la tigre, si è riusciti a invertire un trend negativo che appariva molto vicino a una condanna".

Da "In pericolo" a "vulnerabile"

La svolta sono stati i numerosi progetti di conservazione portati avanti negli ultimi 60 anni dal Wwf, che lo ha eletto a sua bandiera, e da numerose Ngo cinesi, con la collaborazione dei governi locali. E così il panda nel 2016 ha potuto passare da 'In pericolo' a 'Vulnerabile': una svolta per il futuro di una specie amata in tutto il mondo.

I numeri

Il Wwf spiega che: “Un censimento promosso dal governo cinese stimava, infatti, la presenza di 1.864 individui, con una crescita del 17% della popolazione. Questa stima, seppur riferibile agli ultimi anni, è tutt’ora valida, dato incoraggiante se ad essa poi si aggiunge il numero di almeno 800 individui di panda gigante presenti in strutture come giardini zoologici, istituzioni e centri di ricerca, dove vengono portati avanti progetti di riproduzione in cattività”.

Gli esseri umani sono in grado di riconoscere e imitare spontaneamente le espressioni emotive dei primati non umani, mostrando una risposta empatica che potrebbe riflettere radici evolutive condivise tra le specie. E' quanto emerge da uno studio pubblicato su PLOS One guidato da Ursula Hess della Humboldt Universitat di Berlino insieme a un team internazionale di ricercatori.

Il metodo di ricerca

La ricerca ha coinvolto 212 partecipanti che hanno osservato brevi video di scimmie e grandi scimmie antropomorfe mentre mostravano diverse espressioni facciali: giocose, minacciose o neutre. Durante la visione, le espressioni facciali dei partecipanti sono state registrate tramite webcam e analizzate con un software open source in grado di tracciare l'attività muscolare del volto. I risultati mostrano che le persone non solo riconoscono correttamente le espressioni positive e negative dei primati non umani, ma tendono anche a riprodurle spontaneamente. L'intensità di questa mimica emotiva dipendeva sia da come i partecipanti interpretavano l'espressione osservata sia dal grado di vicinanza psicologica percepito verso l'animale.

Scimmia, free credit Jamie Haughton

In particolare, i partecipanti hanno riferito di provare maggiore simpatia e senso di vicinanza nei confronti dei primati che mostravano espressioni positive, e in questi casi la mimica facciale risultava più marcata. Secondo gli autori, questo comportamento suggerisce che la capacità umana di rispecchiare e comprendere le emozioni non si limita alle interazioni tra esseri umani ma potrebbe estendersi anche ad altre specie. Lo studio si inserisce nel filone di ricerca sull'imitazione emotiva, un fenomeno diffuso in molte specie animali e considerato uno dei meccanismi alla base dell'empatia.

L'empatia passa per la felicità

I primati schioccano le labbra come gli uomini

Studi precedenti avevano già dimostrato che i primati non umani, in particolare i giovani, possono imitare gesti facciali umani come la protrusione della lingua o lo schiocco delle labbra, e che esseri umani e scimpanzé sono capaci di imitarsi reciprocamente in modo volontario. Tuttavia, non era ancora chiaro se gli esseri umani imitassero spontaneamente le espressioni emotive dei primati non umani. I nuovi risultati suggeriscono che questa capacita' potrebbe essere profondamente radicata nell'evoluzione e rappresentare una forma di connessione emotiva interspecifica.

"La ricerca indica che gli esseri umani sono in grado di percepire e sintonizzarsi con gli stati emotivi degli animali non umani", osservano gli autori. "Questa scoperta mette in discussione paradigmi antropocentrici consolidati e invita a ripensare la relazione tra esseri umani e altri animali".

Non è un animale, nemmeno una pianta, non ha bisogno di molto tempo né di spazio. Vive anche qualche secolo, si può quindi lasciare in eredità. Avete mai sentito parlare di un Marimo? Simbolo dell'amore che resiste alle intemperie, il Marimo è una specie di “alga pet”. Un'alga che di cui ci si può prendere cura un po’ come un Tamagotchi.

Il fenomeno Tamagotchi

Qualsiasi Millennial se ne ricorderà sicuramente, o ne avrà posseduto almeno uno. La Tamagotchi mania è stato un fenomeno anni Novanta che ha però attraversato decenni, affermandosi come moda senza tempo. Il successo di questi simpatici quanto esigenti animaletti virtuali è figlio dei tempi, di una società che rifugge il contatto, che ricerca velocità ed immediatezza, ma che conserva comunque le esigenze primarie di accudimento e dedizione. Secondo la terapista della salute mentale, Dott.ssa Jessica Lamar, il Tamagotchi soddisfa infatti un bisogno primario tipico di ogni essere umano, il prendersi cura. Ma in questo caso avviene tutto in un ambiente sicuro, controllato e con poco sforzo. Qualcosa di simile può avvenire con questo strano essere vivente. Vediamo di che si tratta.

Che cos'è il Marimo

Il Marimo è un’alga a forma di palla, scientificamente nota col nome di Cladophora o Aegagropila linnaei. Il nome “Marimo” viene dal giapponese Mari-Mo (毬藻), il cui significato è la composizione delle parole “Mari”, che potremmo tradurre come pallina o biglia e “Mo” cioè pianta acquatica. Tale nome sarebbe stato conferitogli dal botanico giapponese Takiya Kawakami nel 1898.

In natura, le alghe Marimo sono state reperite in Islanda, Irlanda, Scozia, Austria, Giappone, Ucraina, nella regione della Siberia fino ad arrivare all’Estonia, in America del Nord e in Australia, dove sono però state introdotte dall’uomo. Le colonie più grandi conosciute si trovano nel lago Alkan in Giappone, e nel lago Mývatn in Islanda. Le colonie di Marimo devono adattarsi a condizioni di scarsa illuminazione, correnti, vento, oltre che alla morfologia, il substrato del fondo e la sedimentazione del lago in cui si trovano. La forma tonda permette quindi all’alga Marimo di sopravvivere in un ambiente poco ospitale, ed è dovuta proprio all’azione ondulatoria delle correnti dei laghi.

In Giappone il Marimo è considerato un’alga magica portafortuna e data la sua longevità, viene conservato come cimelio di famiglia, venendo tramandato di generazione in generazione, come simbolo di legame tra familiari o amici. Data la semplicità delle cure che richiedono, le alghe Marimo vengono a volte date ai bambini piccoli per crescerle proprio come “animali domestici”.

Come curare il Marimo

Tra le varie proprietà che la contraddistinguono, l’alga Marimo è nota per la sua longevità, si crede infatti che queste formazioni a forma di palla possono vivere oltre i 200 anni. Ma per assicurargli una lunga vita bisogna sapere come curarle. Le alghe-palla si sviluppano all’interno di laghi freddi e incontaminati, con fondali bassi. Andranno quindi conservate nell’acqua dolce,in un acquario, o negli stessi barattoli all’interno dei quali sono state acquistate, salvo poi cambiare vasetto quand crescono troppo.

All’interno dell’acqua non è necessario disciogliere alcun prodotto o integratore, mentre va assolutamente evitata l’acqua distillata, che è priva degli elementi nutritivi necessari per la sua sopravvivenza. L’acqua fresca del rubinetto andrà benissimo. Idealmente, la temperatura dell’acqua dove conservi l’alga-palla non dovrebbe mai superare i 25°.
Ma non lasciare nemmeno il Marimo al buio completo, perchè non crescerebbe.
Puoi lasciare il Marimo esposto alla luce diretta per qualche ora ma senza esagerare, soprattutto nei mesi più caldi. Una luce indiretta da bassa a media è più che sufficiente per farlo fotosintetizzare. Qualora la tua casa o il tuo ufficio non avesse luce sufficiente, sappi che le alghe Marimo possono fotosintetizzare anche con la normale luce artificiale. In questi casi, lascia la tua alga-palla nei pressi di una lampadina fluorescente o ad ampio spettro.

Il Marimo può stare da solo?

Non ti preoccupare se devi lasciare il tuo Marimo “solo a casa” per qualche giorno. Le alghe palla sono delle specie selvatiche abituate alle condizioni inospitali dei fondali dei laghi: restare senza esposizione alla luce non le metterà in pericolo. Idealmente il cambio dell’acqua all’interno dei vasi dei Marimo andrebbe fatto ogni una o due settimane, ma l’alga sopravviverà anche se ritardi di qualche giorno. Gli inconvenienti del cambiare l’acqua tardi sono due: si presenterà un po’ più torbida, mentre i Marimo produrranno meno bollicine di ossigeno. Nei mesi più caldi potrebbe essere necessario cambiare l’acqua più di frequente, per via dell’evaporazione.

La pulizia

Puoi pulire i vasetti di vetro a mano o in lavastoviglie. Assicurati che non vi siano residui di sapone, ed elimina eventuali depositi di calcare, alghe rimaste attaccate ed impurità residue. Versare della ghiaia sul fondo del contenitore in cui tenete il Marimo aiuterà a mantenere il fondale dalle inevitabili piccole impurità, dandogli quindi un aspetto migliore e più “zen”. In mancanza delle correnti acquatiche che in natura gli conferiscono la sua caratteristica forma di palla, il Marimo potrebbe deformarsi o appiattirsi un po’. Quando hai finito di pulirlo, appallottola quindi l’alga-palla usando i palmi delle mani facendo una leggerissima pressione, per ridarle una forma perfettamente sferica. Ripeti l’operazione ogni qual volta tu abbia l’impressione che l’alga-palla si stia appiattendo. Se custodisci più alghe Marimo sul fondo di uno stesso contenitore, scuotilo di tanto in tanto imitando l’ondeggiare delle correnti acquatiche, in modo da smuovere le alghe.

Il Marimo che danza

Una particolarità del Marimo è la sua danza: a seguito di ogni cambio dell’acqua, con la luce del giorno, per effetto della sintesi clorofilliana, il Marimo trasformerà l’anidride carbonica in ossigeno, le cui sfere, visibili anche ad occhio nudo, lo faranno fluttuare all’interno del suo contenitore. Passato qualche giorno, l’ossigeno si espanderà, posizionandosi sui bordi del barattolo ed esaurendo così l’azione di sospensore per il Marimo che tornerà sul fondo del barattolo fino al successivo cambio d’acqua. Per ravvivare la danza, basterà procedere a un nuovo cambio d’acqua o ad un semplice rabbocco, magari con anche un po’ d’acqua gassata che aggiunge vivacità.

Longevità e resilienza

La resilienza delle alghe Marimo che possono vivere per centinaia di anni resistendo agli elementi della natura, è una rappresentazione poetica di un amore che può sopravvivere alle intemperie del tempo ed agli alti e bassi della vita. La mitologia giapponese narra la storia di una coppia d’innamorati che si rifugiarono sulle rive del lago Akannper per sfuggire alle proprie famiglie che li volevano separati. I loro due cuori si trasformarono in Marimo per vivere in eterno il loro amore. È per questo che nella tradizione il Marimo simboleggia il cuore di due innamorati, per poi assumere nel tempo l’espressione di stima e rispetto, ovvero anche di un portafortuna per le novità, da una nuova amicizia a una nuova casa, una nuova attività o una nuova sfida di lavoro.

Un museo sul lago Akan

In virtù della sua longevità, del suo bagaglio storico e di un carico di significati che toccano il cuore, il Marimo è solitamente tramandato di generazione in generazione e ha assunto una tale rilevanza da venire dichiarato nel 1921 "Tesoro Naturale Giapponese" per infine guadagnarsi addirittura un bel museo sulle rive del lago Akan.

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