L’amianto (detto anche asbesto) noto killer per l’uomo e per l’ambiente,lo è anche per gli animali. Colpisce anche cani, gatti, cavalli, e ne provoca la morte per mesotelioma, altre neoplasie e fenomeni fibrotici. Così risultano casi devastanti tra gli animali che hanno vissuto e vivono vicino alle miniere, cave o stabilimenti di lavorazione del minerale.
Cani: le prime vittime e le razze più a rischio

Il primo caso documentato risale al 1931: era il caso di un terrier, vissuto per oltre dieci anni in uno stabilimento di amianto, morì per asfissia, in seguito a mesotelioma. Per cui nei decenni successivi, sono stati registrati molti altri casi: cani adulti, soprattutto maschi di pastore tedesco, setter irlandese e bovaro delle Fiandre, che hanno sviluppato il mesotelioma dopo anni di esposizione alla polvere d’amianto. Queste sono le razze più a rischio.
I sintomi? Abbattimento, apatia, intolleranza all’esercizio, dimagrimento, vomito, dispnea, ascite, versamenti pleurici e pericardici, fino all’aumento di volume dello scroto. La presenza di metastasi aggrava ulteriormente il quadro clinico.
Chemioterapia: una speranza, ma non per tutti
La rivista Veterinary and Comparative Oncology ha pubblicato uno studio su 34 cani: quelli trattati con chemioterapia hanno avuto una sopravvivenza mediana di 234 giorni, contro i soli 29 giorni dei non trattati. Tuttavia, la terapia comporta controlli periodici e possibili effetti collaterali, spesso gravi. Il drenaggio dei liquidi e, nei casi più complessi, la pericardiectomia, sono interventi frequenti.
Gatti e cavalli: storie di diagnosi e sofferenza
Il mesotelioma non risparmia i felini. Un caso emblematico riguarda un gatto europeo di otto anni, colpito da anoressia e cianosi, con diagnosi confermata tramite necroscopia e istopatologia.
Nei cavalli, la patologia si manifesta spesso in soggetti che hanno vissuto in ambienti contaminati, come velodromi e scuderie. Il fenomeno risulta molto frequente, anche alla luce di quanto segnalato all’Osservatorio Nazionale Amianto. Un cavallo della provincia di Roma, si è ammalato di mesotelioma. Questi all’età di 22 anni, dopo aver trascorso gran parte della sua vita in attività di turismo equestre con esposizione ad amianto era apparso emaciato. Presentava sintomi di stress respiratorio, mucose congestionate e la regione addominale ingrossata e dilatata. Per questo motivo furono effettuati degli accertamenti clinici e tecnico strumentali. All’esito la diagnosi fu di mesotelioma pericardico con diffusione nella cavità pleurica e mesotelioma pleurico. L’esito: la morte.
Così un altro caso è quello della cavalla American Saddlebred di 21 anni. Ricevette la diagnosi di mesotelioma toracico con adenoma a cellule C tiroidee, con deposito di amiloide. Questa cavalla perse peso. Le sue difficoltà respiratorie si sono moltiplicate. Quindi il decesso per insufficienza cardiorespiratoria per compressione dell’abbondante versamento pleurico e della diffusione del mesotelioma intratoracico, che ha quindi compresso i polmoni cagionando la morte atroce.

Amianto e le altre specie animali
L’amianto è un killer silenzioso ma crudele e malvagio, che quindi non risparmia gli esseri viventi, oltre ad uccidere gli uomini. Più di 200.000 tra uomini e donne ogni anno perdono la vita a causa di questo killer come riconosce l’OMS. Ma si tratta pur sempre di una sottostima. Non risparmia, come ci siamo detti, gli esseri viventi compresi gli animali anche, oltre ai cani, gatti e cavalli, anche le pecore, capre, bovini e persino una tigre del Bengala.
Catturata in natura questa tigre fu esposta ad amianto. Nonostante fosse stata sottoposta apericardiocentesi terapeutica. Tuttavia, dopo sei mesi di terapia, a 4 giorni dal secondo ciclo è deceduta.
Le differenze tra mesotelioma negli animali e nell’uomo
L’amianto, e quindi tutte le fibre dal crisotilo, all’amosite, crocidolite e tutte le altre fibre asbestiformi, provocano prima fenomeni fibrosi e poi cancerogeni. Così negli uomini che negli animali.
La differenza risiede solo nel “tempo di latenza”. Infatti, se per l’essere umano i tempi di latenza sono di 48-53 anni per il mesotelioma, e dai 15 ai 45 anni per il cancro del polmone, non è così per gli animali. Per i cani i tempi medi di latenza sono di circa 8 anni. Per i ratti questi tempi si riducono fino ad un anno. L’ONA ha cercato di comprendere le ragioni per le quali ci sia questa discordanza nei tempi di latenza. Il gruppo oncologico di ONA guidato dal Dott. Pasquale Montilla ha cercato di tradurre in termini scientifici le ragioni del diverso tempo di latenza, anche al fine di migliorare i protocolli oncologici, in chiave genica. Si è scoperto che tutto risiede nel diverso metabolismo tra le varie specie e la diversa durata della loro vita. I confini della ricerca si muovono a tutto campo, anche se l’unica soluzione rimane, pur sempre, quella della prevenzione primaria. In altri termini quella di evitare l’esposizione ad amianto per sconfiggere il mesotelioma e le altre patologie asbesto correlate. Se poi teniamo conto del cancro del polmone, è evidente che la prevenzione primaria debba riguardare anche gli altri cancerogeni, evitandone l’esposizione. Per cui la tutela della salute è un impegno a tutto campo e deve riguardare migliori abitudini, nella pratica alimentare e nello stile di vita, fino ai luoghi di lavoro, ove purtroppo, ancora oggi si continua a morire sia per gli infortuni che per le sostanze cancerogene a cui si è esposti.
L’impatto dell’amianto sulle piante e altre specie vegetali
Gli effetti dannosi dell’amianto non risparmiano il mondo vegetale. L’ONA ha compiuto studi anche in questo ambito, che è più complesso. I gruppi di studio e le ricerche sono più rare in questo ambito. In ogni caso, in vari laboratori naturali di analisi, in particolare stagni e corsi d’acqua che fiancheggiavano i siti di lavorazione o estrazione dei minerali di amianto, si riscontrano delle aberrazioni. In questi luoghi i ricercatori hanno scoperto come le sottili fibre minerali cadute sull’acqua si incuneano all’interno delle cellule, provocando uno stress ossidativo che si ripercuoteva sulle piante. Così con la formazione di strutture intracellulari.

Tuttavia proprio da questi studi è emerso che esiste un “filtro naturale” che sembra non soffrire della presenza dell’amianto. Ciò si scoprì nei pressi dell’amiantifera di Balangero, la cava che per decenni ha rifornito lo stabilimento di Casale Monferrato. Qui una serie di licheni si è mostrata in grado di intrappolare le fibre killer presenti nell’aria, proteggendo l’ecosistema intorno all’area contaminata. Così si è verificato anche nei cantieri navali in Sabaudia, ove la salsedine, ovvero un particolare clima, ha comunque protetto i lavoratori e gli animali, determinando un indice epidemiologico inferiore dei casi di mesotelioma. Infatti, sono per fortuna più rari tra i lavoratori dei cantieri navali di Sabaudia i casi di mesotelioma e di altre patologie asbesto correlate, nonostante l’abnorme utilizzo del minerale. Si tratta di un caso eccezionale.
Solo pensando ad un mondo migliore, senza amianto ed altri cancerogeni, con l’impiego delle risorse pubbliche, non per nuovi armamenti ma per la ricerca scientifica ed anche la solidarietà per popoli e generazioni, si può pensare ad un futuro migliore.
Ezio Bonanni - Presidente Osservatorio Nazionale Amianto - ONA





