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Afragola, cuccioli morti: lo Stato parla di benessere animale ma non controlla. La denuncia

Indagini cuccioli Afragola: da anni associazioni, allevatori seri e tecnici chiedono un tavolo di confronto.
 Mai convocato. Uno Stato che tutela gli animali non aspetta la tragedia
Autore:
Valentina Renzopaoli
aggiornato il
08/01/2026

Cuccioli venduti come “2–3 mesi”, ma che secondo diversi acquirenti avrebbero avuto meno di 40 giorni. Cuccioli che, poche ore dopo l’arrivo in famiglia, mostrano sintomi gravi. Cuccioli che muoiono. Oggi succede ad Afragola. Ma succede da anni in tutta Italia.
E ogni volta la storia è la stessa: segnalazioni, indignazione, interventi tardivi.

Una tragedia annunciata

Le testimonianze parlano chiaro e non ammettono dubbi. Ma oltre al dolore delle famiglie e all’indignazione di chiunque abbia un cuore, non è un caso isolato. È un sistema che non funziona e sul quale da anni non si “vuole” mettere realmente mano. L’Europa aveva dato gli strumenti. L’Italia li interpreta con enormi ritardi e con scarsa volontà di porre freno. Le direttive europee sulla tracciabilità degli animali, e tra questi anche gli animali da compagnia, sono state recepite e tradotte in Italia dal D.lgs. 134 del 2022. Un Decreto che doveva rendere tutto tracciabile e responsabile e si poneva soprattutto l’obiettivo di contrastare i traffici illegali dall’estero, di far emergere le attività di allevamento e di salvaguardare il benessere etologico degli animali. Uscito in sordina nell’agosto del 2022 è fermo nella sua applicazione da allora. Lo strumento madre è il SINAC (Sistema di identificazione Animali da Compagnia), una vera e propria banca dati nazionale che si dovrebbe interfacciare con tutti i sistemi europei. E invece? Un Decreto il 134/22 contestato da tutti già alla sua emanazione e che, per volontà di qualche Lobby, anziché regolamentare mette in seria difficoltà l’allevamento virtuoso ed etico assimilando specie e razze sotto gli stessi parametri, nessuna reale ed oggettiva misura di biocontenimento, assenza totale di una tracciabilità controllata (le vie di fuga sono enormi), nulla che concretamente sia utile a qualificare ma sembra più interessato a non disturbare qualcuno. Enormi ritardi nell’emanazione del Regolamento che di fatto hanno ingessato il sistema di prevenzione e controllo. Proprio in questi giorni si sta discutendo l’ennesima Bozza – la prima, quella della fine del 2024 fu ritirata a causa delle forti proteste – e quest’ultima è già stata contestata dalle Regioni e dalle Province autonome (passaggio obbligato) nella riunione del 18 dicembre 2025 e naturalmente da tutto il mondo allevatoriale mai interpellato e coinvolto in qualità di stakeholders. Ciò che appare evidente è che mentre i dirigenti ministeriali ed i funzionari vanno per proprio conto, alla “Politica” basta parlare di “benessere animale”, ma non fa in modo che i Ministeri preposti applicano gli strumenti che potrebbero garantirlo davvero.

Un Paese diviso in Regioni, Province Autonome e centinaia di ASL assenti e che intervengono solo quando i cuccioli muoiono?

I punti vendita sono noti. I flussi di cuccioli sono evidenti. Le segnalazioni dei cittadini sono continue, le staffette scaricano centinaia di cuccioli e cani ogni fine settimana nelle maggiori Città Italiane tutto alla luce del sole e pubblicizzato su ogni Social o piattaforma dedicata da TikTok a Subito.it ecc. Eppure: nessun controllo preventivo se non ai soliti noti che operano con trasparenza, nessun monitoraggio del territorio e interventi solo dopo le denunce. Uno Stato che tutela gli animali non aspetta la tragedia. La previene ascoltando chi di queste cose ne ha competenza.

Perché il Ministero non ascolta chi lavora davvero sul campo?

Da anni associazioni, allevatori seri e tecnici chiedono un tavolo di confronto.
 Mai convocato. E allora la domanda è inevitabile: perché chi conosce il settore, chi conosce le falle, non viene ascoltato? E’ solo presunzione o c’è dell’altro?

Perché non si vuole rendere l’allevamento una professione vera?

Un settore regolamentato significherebbe: collaborazione tra addetti ed istituzioni, tracciabilità vera, responsabilità chiare e condivise, fine del commercio improvvisato (che alimenta spesso i Canili), fine delle importazioni illegali. Garanzie per le famiglie!!

Ma significherebbe anche meno margini per chi vive nel grigio. E forse è proprio questo il problema. Dobbiamo iniziare a pensarlo. Il caso di cronaca di Afragola è solo la punta dell’iceberg. Ogni cucciolo morto è un atto d’accusa contro uno Stato che: parla, non controlla, non previene, non crea norme adeguate, non le veicola a livello centrale, non le applica, ma soprattutto non ascolta perché ha da sempre il difetto di ergersi a sceriffo anziché a prevenzione e collaborazione di chi lavora eticamente.

E allora la domanda finale è inevitabile: quanti altri cuccioli devono morire prima che l’Italia decida di aprire gli occhi? E quante famiglie devono essere truffate e spinte nel dolore? Noi abbiamo le soluzioni ma manca l’umiltà delle Istituzioni.

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