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C'è un serpente che aveva 4 zampe: il Tetrapodophis amplectus

La scoperta ha contribuito alla comprensione dell’origine dei serpenti e dei meccanismi evolutivi che hanno portato alla perdita graduale delle zampe. Che storia!
Autore:
Pamela Baiocchi
aggiornato il
23/01/2026

Dai fossili del Giurassico ai geni silenziati dei pitoni e dei boa: la storia evolutiva

Quando oggi pensiamo a un serpente, l’immagine che ci viene in mente è quella di un animale dal corpo allungato, flessibile e completamente privo di arti. Questa morfologia è così iconica da sembrare immutabile. Eppure, le evidenze paleontologiche e genetiche raccontano una storia molto diversa e decisamente più complessa.

All'origine aveva gli arti svilupati

Uno dei fossili più discussi e affascinanti della paleontologia moderna è Tetrapodophis amplectus, un serpente primitivo che possedeva quattro arti ben sviluppati. La sua scoperta ha contribuito in modo significativo alla comprensione dell’origine dei serpenti e dei meccanismi evolutivi che hanno portato alla perdita graduale delle zampe. Da questo fossile prende avvio un percorso che attraversa milioni di anni di evoluzione, passando dalle rocce del Giurassico al DNA degli attuali serpenti, fino ad arrivare ai piccoli speroni ancora presenti in alcune famiglie moderne come pitoni e boa.

Un serpente con quattro arti: anatomia di una forma di transizione

Il Tetrapodophis amplectus, il serpente che aveva le zampe

Il fossile di Tetrapodophis, risalente al Giurassico inferiore, mostra un animale dal corpo già chiaramente serpentiforme. Le vertebre sono numerose e allungate, indicazione di un corpo adattato alla locomozione ondulatoria. Tuttavia, a differenza dei serpenti moderni, Tetrapodophis possedeva quattro arti completi, con ossa riconducibili a omero, radio, ulna, femore, tibia e fibula. Non si tratta di una semplice lucertola allungata. Numerose caratteristiche anatomiche indicano che siamo di fronte a un vero serpente primitivo. Presentava infatti un cranio altamente flessibile, capace di consentire l’ingestione di prede relativamente grandi, costole numerose e mobili, fondamentali per la respirazione e la deglutizione, e infine un corpo progettato per movimenti sinuosi piuttosto che per la corsa.

Le zampe usate per le prede

Le zampe, di dimensioni ridotte, non erano adatte alla locomozione terrestre. È probabile che svolgessero funzioni accessorie: aiutare l’animale ad ancorarsi alla preda, stabilizzarsi durante l’accoppiamento o muoversi in ambienti complessi come tane sotterranee e vegetazione fitta. Tetrapodophis rappresenta quindi una istantanea evolutiva, una fase di transizione in cui i serpenti non avevano ancora rinunciato completamente agli arti.

Perché perdere le zampe è stato un vantaggio evolutivo

In biologia evolutiva, la perdita di una struttura non è mai casuale. Le strutture vengono modificate o eliminate quando smettono di offrire un vantaggio selettivo. Per i primi serpenti, probabilmente adattati a uno stile di vita fossorio o semifossorio, le zampe rappresentavano più un limite che un aiuto. In ambienti stretti, sotterranei o ricchi di ostacoli, un corpo allungato e privo di appendici consente una maggiore efficienza nello scavo e nell’infilarsi in fessure e tane, una riduzione del dispendio energetico, un minor rischio di lesioni agli arti e una locomozione più fluida basata sull’ondulazione laterale. Nel corso del tempo, gli arti hanno iniziato a ridursi progressivamente, perdendo funzionalità e importanza fino a diventare strutture vestigiali. Questo processo non è stato improvviso, ma graduale, accompagnato da cambiamenti anatomici e genetici profondi.

Il DNA non dimentica: il silenziamento genetico degli arti

Lo sviluppo embrionale dei serpenti moderni fornisce una delle prove più affascinanti di questa storia evolutiva. Durante le prime fasi dello sviluppo, gli embrioni mostrano abbozzi di arti posteriori, analoghi a quelli degli altri rettili tetrapodi. Tuttavia, questo sviluppo si arresta precocemente. La causa risiede nell’azione dei geni regolatori dello sviluppo, in particolare quelli appartenenti alla famiglia Hox, che controllano la formazione dell’asse corporeo e degli arti. Nei serpenti, questi geni non sono scomparsi: vengono silenziati o repressi durante lo sviluppo embrionale.

Si tratta di un tipico esempio di controllo genetico inibitorio. Il “programma” per costruire le zampe è ancora presente nel genoma, ma viene interrotto prima che l’arto possa completarsi. Questo spiega perché, in rarissimi casi, possano nascere serpenti con anomalie che ricordano piccole zampette: non si tratta di un ritorno evolutivo, ma di una riattivazione parziale e incompleta di un antico schema genetico.

Il Tetrapodophis amplectus

Gli speroni di pitoni e boa: l’eredità visibile del passato

Nelle famiglie Pitonidae e Boidae, la storia evolutiva degli arti posteriori è ancora visibile a occhio nudo. In prossimità della cloaca sono presenti due piccoli speroni cornei, spesso erroneamente interpretati come artigli. In realtà, questi speroni sono i resti delle zampe posteriori ancestrali, collegati internamente a un cingolo pelvico fortemente ridotto, con ossa vestigiali come femore e tibia e muscoli residui. Dal punto di vista funzionale, non servono alla locomozione, ma svolgono un ruolo comportamentale, soprattutto nei maschi durante il corteggiamento e l’accoppiamento. Il loro valore scientifico è enorme: dimostrano che la perdita degli arti non è stata uniforme in tutti i serpenti e che alcune linee evolutive conservano ancora tracce evidenti del passato.

Dalla pietra al genoma: una storia evolutiva coerente

Tetrapodophis amplectus, i fossili successivi come Najash, gli speroni presenti in pitoni e boa e i geni silenziati raccontano tutti la stessa storia, osservata però da prospettive diverse. I fossili mostrano ciò che esisteva in passato, l’anatomia rivela ciò che ancora rimane, mentre la genetica spiega come e perché queste strutture siano state progressivamente disattivate. L’evoluzione dei serpenti non rappresenta una perdita improvvisa degli arti, ma una rinuncia graduale, guidata dall’efficienza funzionale e dall’adattamento a nuove strategie di locomozione e di vita. Sotto le squame lisce di un serpente moderno, la storia delle zampe non è scomparsa. È ancora scritta nel suo corpo, nel suo DNA e nelle rocce antiche. Serve solo saperla leggere.

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