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Trento, Fugatti verso il processo: l'orso M90 fu ucciso con "crudeltà”

Il Gip ha ritenuto sussistenti “gravi elementi indiziari” per procedere nei confronti di Maurizio Fugatti per il reato di uccisione di animale con crudeltà
Autore:
Donatella Lauro Grotto
aggiornato il
18/12/2025

Il Gip chiede il rinvio a giudizio per il presidente della Provincia di Trento. Due funzionari nel registro degli indagati con imputazione coatta

Orso M90, Maurizio Fugatti rischia il processo. Leggendo l’ordinanza del Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Trento dottor Giua, che ha respinto la richiesta di archiviazione, non si può che provare profonda amarezza e preoccupazione per il modo in cui è stata gestita una vicenda che non riguarda solo la sorte di un animale (l’orso M90) ma la credibilità delle istituzioni pubbliche che dovrebbero tutelare il bene comune.

Il GIP ha, infatti, ritenuto sussistenti “gravi elementi indiziari” per procedere nei confronti di Maurizio Fugatti (l’attuale politico Presidente della Provincia autonoma di Trento) per il reato di uccisione di animale con crudeltà e senza necessità ex art. 544 bis del codice penale; ha disposto altresì l’imputazione coatta e iscritto nel registro degli indagati anche due funzionari coinvolti nell’esecuzione.

L'animale morto dopo lunga agonia

I fatti ricostruiti nell’ordinanza sono agghiaccianti: M90 era radiocollarato e rintracciabile, non è stato narcotizzato prima dell’abbattimento (nonostante il protocollo Piano d'azione interregionale per la conservazione dell'orso bruno nelle Alpi centro-orientali (PACOBACE) preveda l’intervento del veterinario e procedure cautelative) sono stati esplosi tre colpi di cui soltanto due hanno colpito l’animale e l’autopsia dimostra che l’orso è morto dissanguato dopo una lunga ed evitabile agonia. L’assenza di un veterinario di supporto, la scelta di non utilizzare anestesia quando le condizioni lo avrebbero consentito e l’uso di proiettili esplodenti configurano non un’azione tecnica mal condotta ma una condotta che il GIP definisce compatibile con il reato di “uccisione con crudeltà”.

Interesse pubblico o disegno politico?

È doveroso ricordare che la responsabilità non è solo tecnica ma anche politica. Il Presidente della Provincia autonoma, quale vertice politico e amministrativo, non può limitarsi a rivendicare decisioni “di sicurezza” senza rispondere del disegno e del metodo con cui quelle decisioni sono state tradotte in pratica. Quando il potere politico legittima prassi che aggirano protocolli di tutela e competenze professionali (come quella del medico veterinario), si apre uno spazio per abusi, per scelte discrezionali che non sono controllate e per l’uso strumentale dell’animale a fini di consenso locale o simbolico. Lo ha messo in rilievo con nettezza anche l’ordinanza che fa emergere come il ricorso alle modalità adottate “accetta il rischio della uccisione anche crudele” dell’animale.

Non è accettabile, dunque, che si invochi un presunto “interesse pubblico” per giustificare condotte che violano regole operative e normative nazionali ed europee. La Legge Brambilla richiamata nell’analisi e negli interventi degli esperti, chiarisce che la crudeltà non può essere ammessa come esternalità di un’azione amministrativa; se la condotta è crudele, non vi sono decreti che possano fungere da scudo. Questo principio non è secondario: è il confine tra gestione pubblica responsabile e arbitrio amministrativo.

Responsabilità politica e protocolli violati

Appare evidente (ed oggettivo) che dal punto di vista etico ed istituzionale occorre porre tre ordini di questioni urgenti. Il primo riguarda il fatto che la politica dovrebbe astenersi da commenti che strumentalizzino l’evento. Chiarezza sui fatti documentati e piena collaborazione con la magistratura sono il minimo sindacale per il ruolo che la Provincia riveste nella gestione della fauna. Il GIP ha fissato atti e ricostruzioni oggettive: chi governa ha il dovere di rispettarle e di non occultare responsabilità.

Il secondo ordine concerne il ripristino rigoroso dei protocolli operativi. Se il PACOBACE e le procedure sanitarie non sono stati rispettati è necessario rivedere la catena di responsabilità e adottare misure concrete affinché i responsabili siano condannati ed affinché un episodio simile non si ripeta mai più: protocolli inderogabili, presenza obbligatoria del veterinario in tutte le fasi critiche, modalità di intervento documentate e verificabili da organismi indipendenti. La tecnica non è una scusa quando la prassi finisce per infliggere sofferenze evitabili.

Il terzo infine, riguarda la responsabilità politica. Il Presidente della Provincia non è un manager neutro poiché la sua firma, le sue direttive e le scelte politiche condizionano l’operato di funzionari e operatori sul territorio. L’imputazione coatta e la decisione del GIP non sono fatti da sottovalutare: indicano un quadro in cui la responsabilità politica dovrà essere chiarita in sede giudiziaria e, parallelamente, valutata sul piano politico e amministrativo. Non si tratta solo di stabilire colpe penali, ma di ristabilire principi di buon governo.

Tutela della fauna selvatica come bene collettivo

Se è dato riconoscere la necessità di cautela rispetto alla presunzione di innocenza (l’ordinanza dispone una fase processuale nella quale le parti potranno difendersi) è pur vero che la delicatezza del ruolo pubblico impone che, già da oggi, la politica mostri un atteggiamento depositario di responsabilità e sobrietà e non di arroganza o di retorica securitaria che giustifichi l’abuso. La tutela della fauna selvatica, il rispetto delle normative e la gestione prudente dei conflitti uomo/animale sono beni collettivi e la loro salvaguardia richiede competenza, metodo e responsabilità istituzionale, non proclami che svuotano di responsabilità il vertice politico.

In attesa dell’evoluzione delle successive attività procedurali e processuali, occorre chiedere con fermezza più trasparenza completa sugli atti, indipendenza delle verifiche tecniche e, soprattutto, un serio ripensamento delle prassi operative nella Provincia autonoma di Trento. Il diritto penale potrà fare il suo corso ma la politica deve intanto praticare l’unica misura che le è propria ossia dare conto, chiarire e riformare.

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