
L’orsa Amarena era un esemplare di Orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus), una sottospecie rarissima, stimata in circa 60 esemplari in tutto l’areale. Secondo i dati del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM), Amarena - identificata inizialmente con la sigla “F17” - era stata segnalata per la prima volta nel 2016 a cibarsi di ciliegie fuori dal bosco. Animale di natura pacifica, mai conosciuta per aggressività verso gli uomini, era diventata la mascotte di molti video amatoriali in cui compariva con i suoi cuccioli vicino a borghi e agriturismi. All’apice della sua esistenza utile alla specie, Amarena nel 2020 aveva avuto quattro cuccioli: un numero insolito per la sottospecie, che normalmente ne ha fino a tre. Questa mamma orsa, dunque, incarnava la speranza di incremento della popolazione, di convivenza rafforzata tra l’uomo e la fauna selvatica, di un futuro migliore.
La notte della tragedia
Nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre 2023, nel territorio del comune di San Benedetto dei Marsi (AQ), Amarena fu uccisa da un colpo di fucile mentre si trovava fuori dall’area protetta del parco, in zona periferica da Andrea Leombruni, da un uomo di San Benedetto dei Marsi, che poi si sarebbe autoaccusato. La perizia balistica ha stabilito che il colpo era stato sparato con intenzione e non per errore o per spaventare. L’orsa non stava attaccando: era sulle quattro zampe e non era in posizione di difesa né di aggressione. Il corpo mostrava chiaramente ferite mortali: il proiettile perforò un polmone e le causò emorragia interna. I suoi cuccioli, due in quel momento con lei, fuggirono spaventati e si sperava (e speriamo ancora) che riuscissero a sopravvivere senza la madre.
Il processo e i continui rinvii: un paradosso che urla
E qui veniamo al torto secondario ossia la giustizia che non corre. È gravissimo, e lo dico senza mezzi termini, che il processo per l’uccisione dell’orsa Amarena sia diventato un capitolo di lentezza istituzionale, sorda e offensiva. Le indagini della Procura di Avezzano sono state chiuse il 25 giugno 2024 con l’autore dell’uccisione rinviato a giudizio con l’accusa di “uccisione di animali aggravata da crudeltà” e “esplosioni pericolose in luogo abitato”. La prima udienza preliminare, fissata per il 23 dicembre 2024, ha visto gli atti tornati indietro per un vizio procedurale (competenza del giudice sbagliata). Si è quindi ripartiti: l’udienza è stata riprogrammata per il 24 giugno 2025, e successivamente per il 18 luglio 2025 per decidere sul rinvio a giudizio vero e proprio. La difesa ha sollevato eccezioni e questioni di nullità che hanno rallentato il percorso, cercando in più passaggi di impugnare atti o la modalità di costituzione delle parti civili;
Oltre 50 associazioni ambientaliste e enti locali hanno chiesto di costituirsi parte civile, pretendendo una condanna esemplare. A fine settembre 2025 il giudice dell’udienza preliminare ha disposto il rinvio a giudizio di Andrea Leombruni: il dibattimento è stato fissato con prima udienza dibattimentale programmata per 19 gennaio 2026; l’imputazione principale è l’uccisione di animale protetto (art. 544-bis c.p. e aggravante di crudeltà). Eppure – cosa grave – ciò che emerge è una sensazione di impunità: il mostro della lentezza, della burocrazia, dell’“errorino procedurale” prevale, mentre Amarena non c’è più e i cuccioli crescono in campo aperto, vulnerabili, senza mamma.
La lentezza giudiziaria del nostro Paese non fa sconti
È moralmente intollerabile che un atto deliberato - l’uccisione di un animale non aggressivo, protetto, noto al territorio - non riceva una risposta rapida e ferma. Non è solo questione di violenza verso la fauna selvatica ma anche di credibilità dello Stato, della tutela ambientale, della cultura del rispetto. Ci si chiede: se fosse stato un uomo ad aver sparato a un altro uomo in circostanze analoghe – nessuna aggressione precedeva, posizione vulnerabile, simbolo della comunità – quanto più rapido avrebbe corso il procedimento? Quanto più forte sarebbe stato il clamore? Quanto più alta la pressione pubblica? E invece, per Amarena, noi non siamo stati abbastanza incisivi. Alcune associazioni chiedono che venga applicato anche l’art. 452-bis c.p., che contempla l’“inquinamento ambientale” con pena da 2 a 6 anni di reclusione, per chi «abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili di un ecosistema, della biodiversità, della flora o della fauna». Invece, al momento, l’autore dell’efferata e vile uccisione rischia l’incriminazione per l’uccisione di animali protetti, con pene più leggere.
La morte dell’orsa Amarena non è solo una cronaca triste ma è soprattutto un monito.
Un monito per chi pensa che lo “sparare alla creatura che mette piede dove non dovrebbe” sia un atto difensivo o normale. Non lo è. È un monito a chi rileva che la tutela della fauna selvatica non può restare bloccata tra belle parole e decine di associazioni costituite parte civile, ma deve trasformarsi in leggi applicate, pene certe, cultura diffusa. È un monito soprattutto per i cittadini poiché se permettiamo che la perdita di una madre orsa (come qualsiasi altro animale indifeso) si perda tra le pieghe dei processi e dei rinvii, allora stiamo tacitamente accettando che certe vite contino meno. La domanda che ci pone è semplice: vogliamo essere artefici della protezione o spettatori della distruzione? Perché, se non cambiamo adesso, dopodomani potremmo trovarci a raccontare storie ancora più drammatiche, senza neppure un nome da ricordare. E Amarena? La sua memoria deve restare integra nel tempo e noi ci adopereremo perché ciò avvenga. E se giustizia ci sarà, e deve esserci, non sarà solo per lei ma per tutti gli animali che non hanno voce.





