Il Consiglio e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio che segna una svolta storica per il benessere e la tracciabilità di cani e gatti nell’Unione. Per la prima volta vengono introdotte norme minime comuni a livello europeo, con l’obiettivo di garantire condizioni di vita più dignitose agli animali allevati, venduti o ospitati nei rifugi, e di contrastare il commercio illegale che da anni mina la fiducia dei cittadini e la concorrenza leale.
Obbligo di tracciabilità su banche dati condivise
Il testo prevede l’identificazione obbligatoria di tutti i cani e gatti tramite microchip e la registrazione in banche dati nazionali interoperabili, accessibili online e collegate tra loro. Vengono fissati criteri stringenti per l’allevamento: limiti di frequenza e di età per la riproduzione, divieto di consanguineità salvo eccezioni per preservare razze locali, stop agli incroci con specie selvatiche e alle mutilazioni dolorose come il taglio di orecchie e coda, consentite solo per motivi medici. Particolare attenzione è riservata al benessere quotidiano: i cani dovranno avere accesso a spazi esterni o essere portati a passeggio ogni giorno, mentre gli operatori saranno tenuti a garantire cure veterinarie e a promuovere la proprietà responsabile.
Dopo due cesarei, stop alla riproduzione

L’accordo introduce inoltre misure specifiche per tutelare la salute delle femmine, vietando la riproduzione dopo due cesarei, e per prevenire la trasmissione di tratti estremi che possano compromettere il benessere delle generazioni future. Animali con caratteristiche conformazionali esasperate o mutilazioni non potranno partecipare a concorsi ed esposizioni.
Traffico di animali: raddoppiano i controlli
Un capitolo importante riguarda le importazioni da paesi extra-UE: cani e gatti dovranno rispettare standard equivalenti e saranno registrati in una banca dati europea entro cinque giorni dall’ingresso. È prevista anche la creazione di un registro dedicato ai movimenti non commerciali, per monitorare i flussi e individuare eventuali traffici sospetti. Il ministro danese Jacob Jensen ha definito l’intesa “una grande vittoria europea”, sottolineando come il nuovo quadro normativo permetta di affrontare finalmente il problema degli allevamenti intensivi di cuccioli e del commercio illegale.
L'iter del provvedimento
Il provvedimento, che dovrà ora essere approvato formalmente da Consiglio e Parlamento, risponde a una forte domanda sociale: secondo un sondaggio Eurobarometro del 2023, il 74% dei cittadini europei ritiene che il benessere degli animali da compagnia necessiti di maggiore tutela. Con oltre 72 milioni di cani e 83 milioni di gatti nell’Unione, per un mercato stimato in 1,3 miliardi di euro, l’accordo rappresenta un passo decisivo verso un’armonizzazione legislativa attesa da tempo.
Italia, il paradosso del benessere animale: tra Europa moderna e burocrazia borbonica
Mentre l’Europa compie un passo storico con l’accordo provvisorio sul benessere e tracciabilità di cani e gatti, l’Italia resta impantanata in un cortocircuito normativo che grida vendetta. Da un lato abbiamo il TULLS del 1935, che ancora oggi classifica automaticamente gli allevamenti come “industrie insalubri”, un marchio d’infamia che non ha nulla a che vedere con la realtà contemporanea e che si pone in totale contrasto con la prospettiva One Health. Dall’altro, il DM 14 febbraio 2025, che introduce criteri moderni di identificazione e registrazione, tracciabilità e responsabilità, ma che resta lettera morta senza linee guida.
Un Paese che sulla carta ha la cornice normativa, ma che nella pratica lascia autorità veterinarie e allevatori nel caos più assoluto. Il SINAC, sistema informativo nazionale, dovrebbe essere la spina dorsale della tracciabilità, ma a quasi due anni dall’uscita del MANUALE OPERATIVO PER LA GESTIONE DEL SISTEMA I&Rla DGSAF non ha ancora emanato nulla, dopo aver ritirato una bozza, scritta senza l’apporto dei portatori di interesse, che sarebbe dovuta uscire il 6 febbraio 2025 ma che è stata ampiamente contestata. Il risultato? Non tutte le Regioni hanno ancora aderito al SINAC come sistema unico nazionale, manca il regolamento e chi lavora sul campo si trova senza strumenti uniformi, con procedure frammentate e contraddittorie. Molte le sollecitazioni al Ministero ed alla DGSAF diretta dal Dott. Giovanni Filippini.
La differenza con l’Europa è lampante. A Bruxelles, la scrittura del Regolamento – che dovrebbe essere emanato entro il 2026 - è stata accompagnata da commissioni scientifiche, analisi comparate e soprattutto da un confronto costante con i portatori di interesse. In Italia, invece, la DGSAF – pur sollecitata più volte – tace e fa orecchie da mercante, in perfetto stile con le peggiori abitudini burocratiche del nostro Paese.
L'Italia rischia di far diventare inadempienti gli allevatori
Questa inerzia non è neutra: si tradurrà in forti penalizzazioni per il settore italiano degli allevamenti di animali da compagnia, che pure gioca un ruolo da leader sul mercato europeo. Senza un quadro normativo coerente e applicabile, gli allevatori rischiano di trovarsi inadempienti rispetto agli standard UE, esclusi da concorsi e fiere, e schiacciati da una percezione pubblica distorta che li considera “insalubri” per colpa di un testo normativo vecchio di novant’anni.
È ora che la DGSAF esca dal silenzio e si assuma le proprie responsabilità. Non basta vantarsi di avere un decreto: servono manuali operativi, adesione uniforme delle Regioni al SINAC, superamento del TULLS e un coordinamento reale. Altrimenti, mentre l’Europa corre, l’Italia resterà ferma, condannando un settore vitale e competitivo a un ruolo marginale.








