Roma
10 aprile 2026
cielo sereno 16 °C - cielo sereno
LifeAnimal
L'unico magazine "bestiale"
Direttore:
Si legge in 4 minuti

“Allevo super pecore e lotto contro un sistema incapace”. Storia

SIlvia Bonomi, "pastora d'Italia": "Prima il terremoto nei Sibillini, poi un sistema amministrativo incapace di riconoscere la specificità Sopravvissana"
Autore:
Attilio Presta
aggiornato il
23/03/2026

Silvia Bonomi ha quarant’anni. È colta, determinata, e potremmo immaginarla in qualsiasi contesto professionale urbano. Difficilmente si penserebbe che la sua sveglia suona ogni giorno prima dell’alba e che le sue giornate si svolgono tra pecore, selezione genetica, protocolli di biosicurezza e gestione aziendale. E tutto questo accade sui Monti Sibillini, uno dei territori più feriti dal terremoto del 2016.

Per farlo Silvia ha compiuto una scelta radicale: lasciare gli studi universitari per dedicarsi al recupero genetico di una razza ovina autoctona dei Sibillini, un tempo diffusa in tutto il Centro Italia e oggi a rischio di estinzione: la pecora Sopravissana.

Scoprire la razza Sopravvissana

“Si tratta di una razza storica, tradizionalmente allevata per la sua triplice attitudine: lana, latte e carne – racconta Silvia la Pastora - che nel corso del Novecento è stata progressivamente abbandonata. Le ragioni sono note: la ricerca di razze più produttive e, soprattutto, il declino della lana naturale nel settore tessile, sostituita dalle fibre sintetiche”.

Silvia, quando è iniziata la sua avventura?

“L'azienda agricola nasce ufficialmente nel 2015, dopo alcuni anni di allevamento amatoriale. Fin dall’inizio mi sono scontrata con una realtà che molti allevatori conoscono bene: il limitato interesse delle politiche agricole europee e nazionali verso la biodiversità zootecnica ovina. Il settore maggiormente sostenuto dai fondi destinati alla tutela delle razze a rischio di erosione genetica è infatti quello bovino. In alcune regioni italiane il contributo annuo può arrivare a circa 400 euro per capo. Per la pecora Sopravissana, invece, il contributo previsto si aggira intorno ai 23 euro per animale all’anno. Una cifra che non copre neppure il costo dei trattamenti antiparassitari di base. Ma ho deciso di andare avanti lo stesso”.

E poi cosa è successo?

“Arriva il colpo più duro. Nel 2016 il terremoto del Centro Italia devasta l’Appennino e colpisce direttamente la mia attività: casa e stalla vengono distrutte. Per una piccola azienda agricola è un trauma economico e umano enorme. Ma non abbandono il progetto, ricomincio da zero, sostenuta anche da una comunità sempre più ampia che segue la mia attività sui social. Attraverso quella rete spontanea di persone – una vera comunità digitale – mi arrivano aiuti concreti che contribuiscono prima alla realizzazione di una stalla provvisoria e poi alla costruzione di una piccola casa in legno dove ancora oggi vivo, in attesa della ricostruzione definitiva”.

Con il tempo Silvia torna a concentrarsi sul cuore del suo lavoro: la lana delle sue pecore

Dopo anni di tentativi, errori e anche un’esperienza professionale fallimentare all’interno di un progetto caratterizzato – secondo il suo racconto – da gravi opacità organizzative e dal mancato rispetto delle normative, nel 2022 arriva finalmente una svolta: la lana delle sue pecore viene affidata al Lanificio Lanatura Filati di Vicenza, dove artigiani specializzati riescono a valorizzare pienamente la fibra Sopravissana. Il risultato è un filato di altissima qualità: leggero, lucente, resistente alla torsione, adatto perfino alla filatura destinata all’alta moda. Ma proprio quando il progetto inizia a ottenere visibilità e riconoscimento, per Silvia si apre quella che lei stessa definisce “il mio personalissimo calvario”.

Che intende per calvario? E chi è il protagonista?

“A partire dal 2022 la mia azienda agricola comincia a ricevere una serie crescente di controlli e sanzioni da parte degli organi di vigilanza. I Carabinieri Forestali hanno iniziato a contestare quotidianamente l’utilizzo di recinzioni elettrificate temporanee diurne, impiegate per gestire il pascolo in sicurezza sia per gli animali sia per i frequentatori del territorio. Faccio presente che è una pratica comune nell’allevamento estensivo: ogni giorno il gregge viene spostato in un nuovo appezzamento, mantenendo pecore e cani da guardiania all’interno di uno spazio controllato, evitando così dispersioni e possibili conflitti con escursionisti o proprietà vicine. Ma le contestazioni non si fermano qui”.

Altri “incidenti di percorso”?

“Sì, durante un sopralluogo congiunto con l’AST di Macerata, un medico veterinario mi ha intimato la realizzazione di una tettoia mobile al pascolo. Solo che sono stata io e basta la destinataria del provvedimento, nonostante sullo stesso altopiano pascolino in estate anche altri allevamenti”.

La richiesta presenta, secondo l’allevatrice, elementi di forte criticità: il pascolo si trova infatti su terreni gravati da uso civico, nel cuore di un Parco Nazionale, e l’installazione di strutture edilizie risulterebbe di fatto incompatibile con i vincoli ambientali dell’area. Dal sopralluogo nasce un verbale con prescrizioni che Silvia decide di non adempiere, ritenendole illegittime e ne consegu una sanzione di oltre 6.000 euro a carico suo e del compagno. L’allevatrice presenta opposizione. Durante la verifica emergono, secondo la sua difesa, diversi vizi procedurali nell’accertamento e soprattutto l’assenza di una norma che imponga una struttura di copertura per animali al pascolo estivo in quota. La sanzione viene infine annullata all’unanimità dalla commissione AST.

Ma la vicenda non si chiude.

Negli anni successivi – sostiene Silvia – l’azienda continua a ricevere numerose sanzioni e contestazioni, che lei definisce coercitive e sproporzionate, mentre sul territorio altre situazioni irregolari sembrerebbero non essere oggetto dello stesso livello di controllo. Secondo l’allevatrice il problema affonda le radici in un sistema normativo pensato per allevamenti intensivi a fini alimentari, poco adatto a realtà come la sua, dove l’obiettivo principale non è la produzione di carne o latte ma la conservazione genetica della razza e la valorizzazione della fibra. Norme spesso generiche – sostiene – che vengono interpretate in modo discrezionale dai funzionari incaricati dei controlli. Una discrezionalità che, in territori piccoli dove gli stessi operatori restano in servizio per molti anni, può trasformarsi – secondo il racconto dell’allevatrice – in un rapporto squilibrato e potenzialmente vessatorio. Gli episodi, racconta Silvia, sono stati segnalati alle autorità locali, tra cui sindaco e Regione, ma finora senza interventi concreti.

Silvia, fuori i nomi dei responsabili.

“Dietro la mia vicenda personale di una pastora dei Sibillini si intravede una questione più ampia: quella di un’agricoltura che prova a innovare partendo dalla tradizione, ma che spesso si trova a combattere non contro il mercato, bensì contro un sistema amministrativo incapace di riconoscerne la specificità”.

 

E tu cosa ne pensi? 
Condividilo con i tuoi amici... Passa parola!

LifeAnimal

Il magazine di informazione dedicato al mondo animale. News, approfondimenti e consigli per il benessere dei tuoi amici. Testata giornalistica in attesa di registrazione presso il Tribunale di Roma.
Fondato e diretto da
Valentina Renzopaoli
Nota legale:
Contenuti verificati per rispettare diritti d’autore.
Ideato, progettato e realizzato con il ♥ by
Webmaster Roma
Back to Top
pawmagnifiercrossmenu linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram