Tante volte ho sentito dire: "Che bello, fai il lavoro più bello del mondo!". È una frase che arriva con un sorriso, spesso da chi vede solo le coccole con i gattini, le storie di miracolosi salvataggi o le foto virali sui social. Banalmente rispondevo si, o forse... era la mia bambina interiore a gioire di quel pensiero proiettato.
E sì, ci sono momenti di pura gioia: il primo lamento di un cucciolo che viene rianimato da un parto cesare, un vecchio gatto che riprende a mangiare dopo una grave malattia, il sollievo di un proprietario quando il suo animale risponde alla terapia. Ma la realtà è ben più complessa. Dietro quel "lavoro da sogno" si celano sfide emotive, relazionali e pratiche che mettono alla prova la nostra resilienza ogni giorno. Ma voglio raccontare apertamente cosa c'è dentro di noi.
Il vuoto della morte: occhi che si spengono
Nel nostro lavoro c’è il continuo contatto con la morte. A volte guardo quegli occhi che si stanno per spegnere, un miagolio debole, l'ultimo respiro e sento un vuoto abissale, un dolore fisico. Il loro viaggio è finito, troppo breve. Penso ossessivamente: quante cose avrebbero potuto fare? Hanno vissuto al meglio? Questa connessione emotiva profonda mi incanala tutta la loro sofferenza, lasciandomi prostrata, con lacrime represse che urlano dentro. A volte schermo, a volte no, ma anche le emozioni represse prima o poi ti vengono a cercare, ti presentano un bel conto.
La gestione dell'aspetto emotivo: un peso invisibile
Uno dei carichi più pesanti non è solo saper gestire le proprie emozioni ma le emozioni altrui. Immaginate di annunciare a una famiglia che il loro gatto anziano ha un tumore inoperabile: lacrime, rabbia, negazione. Come veterinario, devi essere empatico ma fermo, offrendo soluzioni mentre custodisci il tuo dolore. Studi come quelli pubblicati su Journal of Veterinary Medical Education (2023) evidenziano come il burnout colpisca il 60% dei veterinari proprio per questa "compassion fatigue".

Dalla bambina che sognava, al dolore represso: chi sono davvero
Dietro c'è una bambina che osservava gli animali lungo, che sognava di curarli tutti, una persona che si è spinta oltre le sue possibilità, che sente una connessione così profonda che incanala tutta la loro sofferenza. In uno scenario perfetto i miei pazienti vengono per essere visitati senza i proprietari. "Salve Dottoressa, ho male qui!" Ma senza parlare... loro si fanno capire molto bene. Ah! Sarebbe sì il lavoro più bello del mondo!
Frustrazione e amarezza: creature in mani sbagliate?
Non tutti i pet sono accolti nel modo giusto, non tutti i proprietari sono in grado di riconoscere i loro problemi, sia fisici che comportamentali, non tutti sono in grado di rispondere alle loro esigenze e da qui, nasce la frustrazione di vedere queste creature in mano a persone che non li meritano, che pensano di sapere e non si preoccupano di dare il meglio.
C'è l'amarezza di vedere le persone usarti come un oggetto prestante, ignorando totalmente chi si cela dietro quel camice. Perché si, pensano che il tuo lavoro sia una missione. Ignorano gli anni spesi a studiare, gli anni dietro un sogno che presto si rivela utopico. Cari proprietari, avere un cane e un gatto non fa di voi degli esperti. Ricordate, inoltre, che siamo medici non psicologi. La prossima volta che andate dal vostro Veterinario portate una carezza: quelle delle parole gentili.





