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Allevare cani è una professione: non c'è spazio per le improvvisazioni

In quale ambito della vita il sommerso gode di più garanzie del lavoro alla luce del sole? Perchè i “prodotti” del lavoro “abusivo” risultano migliori di quelli di un’attività dichiarata, formata, controllata?
Autore:
Attilio Presta
aggiornato il
04/01/2026

Chi sceglie di affidarsi a un allevatore serio e qualificato compie un atto di responsabilità e amore vero: garantisce al proprio cane un futuro sano e sereno

In Italia, l’allevamento canino è rimasto troppo a lungo intrappolato in una zona grigia, dove chi investe in strutture, igiene e competenza viene messo sullo stesso piano di chi opera senza regole. Una cultura distorta ha alimentato l’idea che basti “l’amore per i cani” per garantire affidabilità, spingendo molte famiglie a credere che chi non rispetta norme igienicosanitarie, fiscali e di biocontenimento sia addirittura più autentico di chi lavora con professionalità.

Cosa c'è dietro la maschera

Ma dietro questa facciata rassicurante si nasconde un rischio concreto: ambienti non controllati, assenza di investimenti, superficialità mascherata da sentimentalismo. È un inganno che mina la salute degli animali e la fiducia delle persone. Al contrario, chi sceglie di affidarsi a un allevatore serio e qualificato compie un atto di responsabilità e amore vero: garantisce al proprio cane un futuro sano e sereno, e alla propria famiglia la sicurezza di una scelta consapevole.

Il nodo delle cucciolate seriali home made

Le cucciolate “home made” proliferano sino a diventare seriali. Spesso nascono in contesti senza controlli, senza obblighi formativi, senza alcuna garanzia sulla gestione sanitaria, comportamentale o genetica dei cani. Nessuna razza è immune: alcune ne pagano un prezzo biologico, altre un prezzo sociale. In tutti i casi, a farne le spese sono gli animali, non certo chi improvvisa.

Un esercizio di stile che non regge più

E proprio mentre il fenomeno dilaga, si continua a fingere che allevare cani “in qualsiasi forma” sia un diritto e non una vera e formale professione. Chi lo fa di professione viene dipinto come colui che “vive sfruttando i cani”, mentre chi lo fa “per passione” viene quasi glorificato. Ma vogliamo finalmente riconoscere che entrambi vendono cuccioli? E che, proprio perché c’è un corrispettivo economico, è naturale, anzi necessario, che questa attività sia regolamentata come qualsiasi altra professione o impresa?

Vendesi cuccioli senza ipocrisie

In quale ambito della vita umana il sommerso gode di più garanzie del lavoro alla luce del sole? In quale settore i “prodotti” del lavoro “abusivo” risultano migliori di quelli di un’attività dichiarata, formata, controllata? E fino a quando continueremo a parlare di “amore” per giustificare una cucciolata che poi viene ceduta dietro pagamento?

Cuccioli home made e gli effetti sui canili

Tranne le eccezioni, molte cucciolate vengono allevate in condizioni inadatte e senza le necessarie conoscenze, cuccioli affidati a famiglie che non sempre conoscono ciò che li aspetta. Le conseguenze estreme scorrono silenziose fino ai canili, che continuano a riempirsi come bacini che lo Stato finge di non vedere. Una domanda sorge spontanea e nel 2025 suona più attuale che mai: perché un settore che tratta esseri viventi può essere praticato senza competenze specifiche, senza titoli, senza controlli reali?

La mancanza garanzia dell’acquisto consapevole

La società vive divisa in due sentimenti che mordono lo stesso punto: lo compro ma mi sento in colpa; lo adotto ma non era ciò che desideravo. E in questo spazio confuso, cosa dovrebbe fare uno Stato? Dovrebbe intervenire per rimettere tutti in carreggiata, per colmare un vuoto che dura da decenni. Nessuno si affiderebbe a un chirurgo “per hobby”, a un dentista della domenica, a un docente che ignora la complessità del suo ruolo. Eppure, quando si tratta di mettere al mondo vite — vite con bisogni, fragilità, eredità genetiche — la soglia d’ingresso rimane incredibilmente bassa.

La dignità negata

Gli allevatori portano sulle spalle l’orgoglio di un mestiere antico e complesso. E allora perché non alzano la voce? Perché un intero settore preferisce l’ombra come se fosse inevitabile, quasi naturale? Perché permettere che chi lavora con competenza, formazione e responsabilità venga messo sullo stesso piano di chi si affida all’istinto e a un amore proclamato ma non suffragato dai fatti?

"Chissenefrega" degli allevatori

Dopo tanti anni, gli allevatori si aspettavano di più. Si aspettavano di essere considerati, non vessati. Di essere ascoltati, non ignorati. Di essere riconosciuti per ciò che portano nel mondo, non relegati in un ruolo accessorio. E ora lo Stato ha l’occasione, rara e preziosa, di correggere ciò che ha contribuito a creare per comodità e disattenzione. Perché il prossimo giro di giostra, se lo perderemo, arriverà tra quarant’anni. Il futuro dell’allevamento etico passa da qui: dalla consapevolezza collettiva che la competenza non è un optional, ma la base minima per proteggere il benessere dei cani e delle famiglie che li accolgono. L’Italia ha bisogno di smettere di premiare l’improvvisazione e di riconoscere, finalmente, il valore del lavoro vero. L’allevamento dei cani è una professione. E come ogni professione, richiede professionalità.

Federica Luciani, allevatrice Cocker Inglesi

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